Il Sole 24 Ore, 9 aprile 2006

 

Grattacieli di carta / 2

Da Döblin a Dos Passos, la città come poetica della modernità

Nel labirinto della metropoli

E nella Londra di Fresán si intrecciano nostalgie dei Beatles ed echi vittoriani


Toh, chi si rivede! Franz Bibenkopf, vecchia conoscenza di tanti anni fa, mai dimenticato e mai più incontrato. Era un facchino - protagonista di Berlin Alexanderplatz (1929) di Alfred Döblin - che aveva ucciso la fidanzata in un impeto d'ira ed era stato messo in prigione per un po' di tempo. Una volta liberato aveva fatto l'ambulante, ma si sa com'è la città. È «tentacolare», come scriveva il poeta belga Émile Verhaeren (1895). È «immonda», «brulicante» (Baudelaire). «Un inferno» (Stephen Crane). «Una giungla» (Upton Sinclair). Un mostro nel cui ventre i crampi della fame artigliano i miserabili e i cui bassifondi sono pieni di gente di malaffare. Ladri, ruffiani e simile lordura. Non c'è scampo per chi non abbia una forte volontà e capiti nelle mani di un romanziere espressionista.
Bibenkopf si dà alla malavita. Rapine, inseguimenti. Senza esserne capace. Finisce all'ospedale e gli amputano un braccio. Cerca di farsi passare per un invalido di guerra e si fa mantenere da una prostituta. Ricercato dalla polizia per un omicidio che non ha commesso, viene arrestato. Rinchiuso in un ospedale psichiatrico, nel delirio, gli appare una figura misteriosa che ha evidentemente letto a sua volta Baudelaire e che gli insegna la dura lezione della necessità del dolore: «È bene che tu soffra. Io sono la morte e senza di me la vita non ha alcun senso». Niente più violenza. Niente più disonestà. Bibenkopf, redento, trova un tranquillo impiego come vicecustode.
Berlin Alexanderplatz, adesso che ci ripenso, ha cambiato il mio rapporto con il mondo dei libri. Avrò avuto 15 anni e le professoresse ci raccomandavano di leggere durante le vacanze romanzi che rafforzassero il nostro senso storico e civico.La virtù pubblica e quella privata.

Ricordo Margherita Pusterla(1838)e L'Agnese va a morire (1949) di Renata Viganò. A scuola si andava in giacca e cravatta e non sapevo che la letteratura potesse anche essere dissennata e schizofrenica, piena di tic e movimento, come un film.

Insieme a Manhattan Transfer (1925) di John Dos Passos, da cui deriva, Berlin Alexanderplatz è ora l'argomento di un dottissimo studio di Mauro Pala, Allegorie metropolitane, che prende le mosse da due classici dellasociologia,Georg Simmel(1858-1918) e FerdinandTönnies (1855-1936), per spiegare da una parte la natura necessariamente frammentaria e labirintica delle storie ambientate nelle grandi città;e,daun'altra parte, come la metropoli stessa sia &la cifra sotterranea del modernismo letterario». Il luogo in cui lo scrittore - l'artista - osserva la realtà con gli occhi dell'espatriato. Del cittadino del mondo, estraniato e anonimo, esportatore di una estetica internazionalista.
Nostalgica, invece - giovanilistica e postmoderna -, è una recente rimeditazione sulla città di Londra. La vecchia Londra, tentacolare e fumosa - vittoriana prima, edoardiana e georgiana poi -, di James Matthew Barrie, l'autore di Peter Pan. Si intitola I giardini di Kensington ed è opera del l'argentinoRodrigoFresán (classe 1963). Ma non è tutto qui. La storia che racconta non è solo una storia, e la biografia di Barrie è anche qualcos'altro. Come Peter Pan ferma in un certo senso il tempo perché non cresce mai, così Fresán il tempo lo fa tornare su se stesso. E gli anni della regina Vittoria si intrecciano con quelli del neovittorianesimo dei Beatles. Quando Londra, pulita dallo smog, tornò a essere il centro del mondo. Estetico, se non politico. E ai quattro angoli della Terra comparvero le minigonne e scomparvero i capelli a spazzola.

 

di Luigi Sampietro

Rodrigo Fresán, «I giardini di Kensington», Mondadori, Milano 2006, pagg. 440, € 18,50;
Mauro Pala, «Allegorie metropolitane. Metropoli come poetiche moderniste», Cuec, Cagliari 2005, pagg. 316, €15,00.

 

 

 Torna su

© CUEC Cooperativa Universitaria Editrice Cagliaritana