Quando sbarcai per la prima volta in Sardegna e mi ritrovai improvvisamente sperduto fra le montagne di Ales, al centro dell’isola, fuori dal tempo e dallo spazio, ne rimasi sgomento. Il primo istinto fu la fuga. Dopo un lungo viaggio, su una vecchia corriera, fra paesi assolati e campagne brulle, mi accolse il volto sereno di Lucarelli. Era un benvenuto al quale non si poteva sfuggire. Superato l’impatto, vennero giornate incredibili, lunghe passeggiate fra boschi secolari e su montagne deserte, le chiacchierate in paese, seduti sull’uscio. Lontani dal mondo, ci sentivamo al centro del mondo. Ripercorrendo a ritroso la storia, scoprimmo l’intensità delle nostre singole esistenze. Oltre la precarietà del quotidiano, avvertimmo la presenza di qualcosa di duraturo, di immutabile e incorruttibile, che ci sarebbe rimasto accanto sempre...».
Così il romagnolo Primo Pantoli rievoca l’atmosfera dei suoi primi mesi in Sardegna, dove si trasferì nel ’57 per raggiungere un caro amico: il pittore pistoiese Marcello Lucarelli che già insegnava ad Ales da qualche anno. Una storia comune a tanti altri artisti - fra cui Mauro Staccioli e Antonio Porcelli, per citarne solo due fra i più noti - giunti nell’isola per insegnare e poi rimasti per periodi più o meno lunghi. Che dovettero essere molto proficui, per la vivacità degli scambi con gli artisti locali e la fertilità dei reciproci apporti culturali, se immancabilmente tutti - dopo essere tornati nella penisola - ne hanno conservato un ricordo intenso, indimenticabile.
Pantoli ne fu così coinvolto da rimanervi, radicandosi saldamente e attivamente nella realtà culturale isolana. Tanto da poter vantare un’esperienza artistica molto densa, sia per la partecipazione ai primi gruppi significativi dell’avanguardia cagliaritana (”Studio ’58” , ”Iniziativa”, ”Centro di cultura democratica”), sia per l’attività di docente alla cui scuola si sono formate generazioni di giovani.
Ho citato le sue parole non soltanto per ripercorrerne brevemente la biografia, ma per la forza evocativa di cui sono capaci.
Ed è proprio la scrittura - in questo caso forse meno ricercata, ma sempre discorsiva e accattivante - ad agganciare il lettore fin dalle prime pagine del suo recente manuale Incidere e stampare da soli. Litografia, serigrafia, xilografia, puntasecca, acquaforte, acquatinta (Cuec, pp.170,lire 35.000). A cominciare dalle domande iniziali: ”Un altro manuale di incisione? Era necessario?” . Domande d’obbligo in questa terra ricca di valenti incisori, alcuni dei quali (come Felice Melis Marini e Remo Branca) a suo tempo già si sono cimentati con l’argomento. Ma che introducono subito alla peculiarità dell’impianto narrativo che fa di quest’opera, più che un semplice manuale di tecniche incisorie, un vero e proprio racconto autobiografico.
Nel quale conoscenze ed esperienze professionali si fondono, dove la rivelazione di quelli che un tempo erano considerati segreti del mestiere, e i consigli frutto dell’ esperienza diretta e della curiosità personale dell’autore, si intrecciano agli apporti dei suoi vagabondaggi culturali. «Voglio accennare anche ad un sistema non ortodosso che ho visto fare da alcuni cinesi a Salisburgo...», dice a un certo punto Pantoli. Oppure: «questo l’ho visto fare da un iraniano e da una pittrice marocchina che impreziosivano così i loro già raffinati intarsi di gusto islamico» . O ancora: «Ecco il bitume giudaico (ma non andate a chiederlo nelle drogherie perché, come successe a me, potreste ricevere brutte risposte)»
C’é in questo libro, una forte impronta che restituisce una sorta di autoritratto dell’artista con la sua complessità umana oltreché professionale; aspetto che lo rende interessante anche al di là dello specifico tecnico. E’ evidente però che il lettore cui si dirige è essenzialmente chi aspira ad impadronirsi (o ad approfondire) le pratiche inerenti a quel mondo ricco e vario che comunemente viene compreso nella definizione di stampa d’arte. Un mondo poco consono alla fretta, alla superficialità e alla smania di ottenere risultati immediati, tipiche dei nostri giorni. Un mondo che richiede capacità progettuale, abilità manuale e calma, concentrazione, silenzio. Cioé quella somma di qualità e valori purtroppo in via di sparizione che non a caso Gillo Dorfles ha chiamato intervallo perduto.
Un mondo che emerge chiaramente già dall’illustrazione in copertina, con quella mano che impugna l’utensile - quasi un prolungamento della sensibilità e dell’intelligenza dell’uomo al quale appartiene - e che ritorna all’interno del libro ad illustrare le varie fasi del lavoro nei disegni che Pantoli ha realizzato per visualizzare meglio quanto andava spiegando con le parole. Come si conviene ad un pittore, che ben conosce la funzione informativa dell’immagine.
Purtroppo, proprio sul piano dell’illustrazione sta il punto debole del manuale: la scarsa qualità delle riproduzioni di opere di molti artisti, e dello stesso autore, ad esemplificare le diverse stampe realizzate con le varie tecniche. Un punto debole che comunque non inficia la portata didattica dell’opera, incentrata sull’invito a fare in prima persona sulla scorta dei consigli di chi ha già percorso la stessa strada. Va anche detto che se una migliore qualità delle immagini avrebbe certo soddisfatto maggiormente i lettori, non avrebbe comunque raggiunto lo scopo di aiutare quei collezionsti cui Pantoli, ottimisticamente, si dirige nell’intento dichiarato di evitar loro di incappare negli inconvenienti e trabocchetti di un mercato selvaggio, particolarmente incontrollato in questo settore.
Ottimisticamente, perché non è prevalentemente sulle nozioni né sulle illustrazioni dei manuali che si forma il collezionista di stampe. Ma vedendone molte e, aggiungerei, toccandole, o almeno soffermandovisi con attenzione e con amore. E con una buona dose di umiltà. Inoltre, se possibile, assistendo alle varie tappe del lavoro da parte dell’artista, compresa la fase di stampa. Ma anche questo richiede tempo, pazienza, e una grande passione: come ho già detto requisiti sempre più rari.
Ottimisticamente, infine, perché sembra dimenticare la molla prevalente in quella fauna rara che sono i collezionisti d’arte, e cioé l’aspirazione al possesso di opere come investimento e come status symbol. Che induce ad acquisti più cospicui rispetto alla povera stampa d’arte. Acquisti cioé di rappresentanza o, come si usa dire, d’immagine.
Annamaria Janin