Pedro
Pietri, esponente della "portican experience", presenta a
Cagliari il suo ultimo libro
Nuyorican, lingua corsara
Nei suoi versi la dura vita dei portoricani a New York.
Di origini corse, arrivò negli States che aveva tre anni
Don
Pedro ha una faccia corsara e, alle spalle, una biografia esemplare,
storia di isole e di anime migranti. Veste di nero e sembra incarnare
certi personaggi salgariani, ri-contestualizzati nei ghetti newyorchesi di
Lower East Side e East Harlem. Invitato dall'Associazione
Italia-Inghilterra per la presentazione del suo libro di poesie "Out
of Order" (Fuori servizio), edito dalla Cuec a cura di Mario Maff,
docente di letteratura degli Stati Uniti all'Univesità di Milano, Pedro
Pietri è uno dei Nuyorican Poets, l'autore di "Puerto Rican Obituary",
che raccoglie tutta l'esperienza degli emigrati portoricani a New York e
per la sua forza ha lo stessa importanza dell'"Urlo" di Ginsberg
o della "Bomb" di Gregory Corso. Protagonista di due incontri
straordinari, alla Camera di Commercio, dove è intervenuto, per filmare
il suo intervento, il regista Stefano Agosti, e quindi al Palazzo
d'Inverno per un reading con Alberto Lecca e altri giovani artisti sardi,
Pedro Pietri ha concluso la sua visita in Sardegna con un intervento al
Convegno CrossRutes, sulle razze del mondo. Il poeta per lui è Chico,
Tico & Tito e racconta la disperazione e le speranze di Miguel,
Milagros, Olga, Manuel, e tanti altri emigrati per forza.
- Cognome corso, madre portoricana, dove lei è nato, e poi New York...
"Di mio bisnonno Pietri corso non ho ricordi, se non dai racconti di
mio padre e mia madre. Sono arrivato a New York a tre anni perché c'era
un grosso problema di disoccupazione a Portorico e lì non importa quanti
anni tu abbia se devi lavorare per sopravvivere. Perciò a tre anni sono
andato via e soltanto venticinque anni dopo sono tornato a Puertorico per
la prima volta. E' stato uno choc perché gli spagnoli mi dicevano:
"Se non parli spagnolo non sei un portoricano", ma già a New
York se non sai parlare inglese non sei un americano. Cosa ero io non so,
ero qualcosa di strano forse ero soltanto un corso.
- Come ha superato quello choc culturale?
"Quando sono tornato a Portorico ci sono tornato non come portoricano
ma come poeta. Il gruppo di poeti con cui sono entrato in contatto mi ha
fatto capire che la conoscenza dello spagnolo non era importante perché a
Portorico non è vero che l'unica lingua è lo spagnolo. Anzi, la Spagna,
e quindi lo spagnolo, ha un rapporto di colonizzazione esattamente come
l'America nei confronti di Portorico: è sempre stato un rapporto di
potere. A Portorico si parlano tante lingue diverse, è sempre stata un
luogo di incontro di culture diverse e quindi mi sono tolto di dosso quel
senso di inferiorità su cui l'America ha sempre calcato, facendoci
sentire, noi portoricani, cittadini di serie B, ignoranti eccetera".
- Può spiegare il movimento del nuyorican e il lavoro di commistione di
inglese e spagnolo che avere ribattezzato spanglish?
"L'idea del nuyorican è emersa quando io con altri poeti, che poi
erano Miguel Algarìn, Lucky CienFuegos e Miguel Pinero, siamo tornati a
Portorico e ci siamo resi conto di essere un po' come dei marziani, non
eravamo né americani né portoricani. L'idea era quella di essere una
razza nuova, un ibrido nuovo e ci siamo chiamati nuyorican da New York
Portorico. Quando siamo tornati a New York si è sviluppata la "portorican
experience", che ha al centro una lingua mista, che poi deriva dal
fatto che nelle scuole c'è una situazione assurda per cui non si può
parlare spagnolo perché gli insegnati non lo permettono, però non
insegnano neppure a parlare inglese seriamente, essendoci questa
situazione di inferiorità. L'inglese che viene fuori è un misto di
spagnolo e questa lingua dei segni con cui comunichiamo. E' una lingua di
strada. Ma non solo, è una lingua di tutti i luoghi in cui i portoricani
neworchesi si liberano della corazza legata alla vita a New Yorck e
ritornano ad essere quelli che erano in origine perché molti "portorican
square", che normalmente parlano spagnolo oppure si considerano
diversi dai nuyorican, appena si rilassano e bevono, si sentono un po'
disinibiti, ricominciano a parlare questa lingua di sopravvivenza. Il
fatto di essere stati scoperti all'estero poi è stato importante perché
le traduzioni delle nostre opere hanno aumentato il nostro prestigio anche
negli Satiti Uniti per cui dire nuyorican un tempo voleva dire essere
guardati con sufficienza, ironia. Una volta a Torino e un portoricano è
rimasto colpito nel vedermi e mi ha chiesto: "Chi ti ha invitato
qua?". "Mi ha invitato il Papa", ho risposto... Quindi c'è
stato un effetto di eco per il fatto che siamo stati considerati in Europa
o altrove ha aumentato il nostro prestigio in America. Ricordiamoci che
siamo andati New York non per scelta, non per turismo, ma perché siamo
stati costretti dall'Operazione Boodstrap che tra il 1940 e il 1950 ha
industrializzato per forza l'isola e decine di migliaia di contadini sono
stati costretti ad andar su verso gli stati Uniti, a New York
soprattutto".
- La sua poesia ha uno stretto legame con l'oralità e con il teatro. Lei
è anche scrittore di teatro...
"Due cose essenziali. Quando noi siamo arrivati a N.Y. eravamo troppo
poveri per avere una televisione. Gran parte dei rapporti passavano
attraverso la parola, quando avevamo troppo freddo a N. Y. si raccontavano
delle storie. Ci riscaldavamo con le parole. Mia nonna, ad esempio, non
sapeva né leggere né scrivere, ma era una straordinaria "story
teller", raccontava storie memorizzandole tutte e dipingendo queste
storie con le parole e le parole con il corpo, parlare non solo con la
bocca il corpo accompagna e crea immagini nello spazio. Questo è teatro.
Il passaggio è legato a questa esperienza infantile, e infatti, prima di
scrivere le poesie io le memorizzo come tutti gli "story teller".
Solo quando sono entrato in una fase di decadenza ho cominciato a scrivere
poesie e anche quando leggo le poesie le recito, le interpreto. L'idea del
drammaturgo mi va stretta perché è già una concezione molto statica e
costretta del fare teatro l'interpretare le poesie è già teatro perché
ha a che fare con la fisicità della poesia".
- Il nuyorican ha avuto anche esiti musicali...
"Grandi musicisti come Rey Barreto Tito Puente, che sono miei amici,
sono anche loro espressione della nuyorican esperience nel senso che, da
una parte c'è questo linguaggio mescolato tra spagnolo e inglese,
dall'altro c'è questa grande capacità scenica per cui anche la musica è
diventata espressione del nuyorican fin dall'inizio".
- L'ironia è presente nelle sue poesie come capacità di raccontare una
situazione di frontiera, continua qui la tradizione del surrealismo?
"L'ironia è stata la carta vincente per sopravvivere in questo
trapasso da Portorico a New York, quell'impatto violentissimo con la città,
con tutte le situazioni che erano contro la nostra esperienza, dove tutte
le cose negative si sommano. Ricordo un dramma radiofonico, tipo
soap-opera, dove a un certo punto suonava il telefono, uno rispondeva:
"Cosa ci telefoni qua che non abbiamo neanche il telefono?". Ero
piccolo e mi è rimasto impresso. L'ironia nasce da questa vita così
violentemente dura. Mio nonno, che è stato uno dei primi ad emigrare,
dopo un anno s'è ammazzato per questo senso di disperazione, privo di
amici, senza riuscire a farsi capire, quella sensazione di essere
cittadino di serie Z, non ce l'ha fatta. L'ironia ci ha permesso di
sopravvivere, di salvarci dall'estinzione".
Daniela Paba
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