Il regime nell'isola oltre il pregiudizio

Uno spettro si aggira per la storiografia del ventennio fascista. È la modernità. Concetto tanto utile quanto scivoloso, a dimostrazione della complessità che gli specialisti incontrano nell’impresa di interpretare la fase più controversa della storia italiana del Novecento. Ad aprire un ulteriore spiraglio vedono finalmente la luce gli atti del convegno su La Sardegna nel regime fascista a cura di Luisa Maria Plaisant, editi dalla Cuec, nella collana patrocinata dall’Istituto sardo per la storia della resistenza e dell’autonomia. Il volume viene presentato oggi a Cagliari, alle 17, nella "sala verde" della Cittadella dei musei. Sarà l’occasione per una tavola rotonda alla quale parteciperanno gli storici Manlio Brigaglia (Università di Sassari), Claudio Natoli e Luciano Marrocu (Università di Cagliari), Salvatore Lupo (Università di Catania) e Luisa Maria Plaisant (direttrice dell’Issra).
Mai come in questo caso, tante e tanto autorevoli erano state le citazioni delle relazioni tenute dagli ospiti della due giorni cagliaritana, seppure in stato di bozze, ma oggi rese disponibili, grazie ad un’accurata edizione, arricchita da un notevole corredo d’immagini inedite oltre da un capitolo dedicato agli archivi e allo studio della storia attraverso le fonti radiofoniche e cinematografiche.
Il convegno vedeva riuniti i più autorevoli studiosi del fascismo meridionale. È dunque un’occasione importante poter vedere raccolti nel volume i contributi di Giuseppe Barone, di Salvatore Lupo, come quelli - per citarne solo alcuni - di Manlio Brigaglia, Luciano Marrocu o Francesco Atzeni, che rappresentano le ultime due generazioni di storici accomunate, in certo modo, da una medesima impostazione interpretativa. Ciò anche a dimostrare di quanto scarsi riferimenti nelle università sarde abbia avuto fino ad oggi la "scuola" defeliciana, tenuto conto che, almeno localmente, la lezione di Girolamo Sotgiu ha certo rappresentato una sorta di spartiacque, peraltro ancora ben presente.
L’interrogativo che fa da sottofondo al volume, come chiarisce nell’introduzione Luisa Maria Plaisant, è se il regime di Mussolini abbia rappresentato un periodo di ristagno ovvero di sviluppo per la società e per l’economia isolane, e quanto il fenomeno totalitario sia stato assorbito, sia dal punto di vista della storia della cultura - ne scrivono Eugenia Tognotti (leggi razziali e università), Marco Magnani e Giuliana Altea (arte e fascismo) - sia dal punto di vista della storia religiosa e delle istituzioni, come chiariscono i saggi di Atzeni (Chiesa e regime mussoliniano), di Santina Sini (Il fascismo nuorese dal 1919 al 1924) e ancora della stessa Plaisant, a proposito del Partito nazionale fascista nella provincia di Cagliari.
Assai interessante è l’approccio che accomuna gli interventi di Barone, di Marrocu e di Maria Luisa Di Felice, tesi alla ricostruzione della storia economica del Ventennio e delle particolarità del caso sardo, anche rispetto al fenomeno bonifiche, certo uno degli elementi più appariscenti fra quelli introdotti dal capitalismo di stato in Sardegna, almeno sino alla seconda metà del secolo.
Proprio da questo punto di vista, il contributo di Sandro Ruju, su miniere e modernizzazione, mette giustamente in guardia dal fissare una cesura netta fra gli anni Venti ed i Trenta, in altre parole tra una prima fase, in cui gli impulsi modernizzatori avrebbero giocato un ruolo determinante, e un’altra, corrispondente al decennio successivo, nella quale la nuova direttrice della politica economica fascista sarebbe stata caratterizzata dal mercimonio clientelare fra le opposte fazioni, interne o fiancheggiatrici del regime.
Non può, infatti, essere trascurato che, sul piano economico, le direttrici di fondo del programma sardo-fascista puntarono anche alla valorizzazione delle risorse locali, anzitutto di quelle del sottosuolo e dell’agricoltura, in primis con la promulgazione della celebre "legge del miliardo" che destinava alla Sardegna l’ingente somma di oltre millecento milioni di lire. La politica fascista, peraltro, non fu nemmeno in questo caso priva di contraddizioni, di conflitti e di fallimenti. Del resto fu proprio quella legislazione a mirare, almeno negli auspici, alla modernità. Una "modernità ruralistica" si potrebbe definire, facendo ricorso ad una sorta di ossimoro, ed ancor di più tenendo presente il saggio, firmato da Franco Masala, tutto teso alla ricostruzione delle ambiguità e delle contraddizioni dell’urbanesimo del regime, a partire dalle controverse vicende legate alla predisposizione del piano regolatore della città di Cagliari.
Non minore attualità presenta il contributo di Salvatore Lupo, uno dei più brillanti storici della nuova generazione. Allo stesso studioso spetta il merito di aver ampiamente trattato della Sardegna in un recentissimo e ponderoso saggio sulla storia del regime, con argomentazioni e temi già ampiamente anticipati proprio durante il convegno cagliaritano, a dimostrazione del legame importante fra le vicende totalitarie delle due isole maggiori. Lupo insomma offre una prova ulteriore di quanti spunti ci celino nell’analisi comparativa del totalitarismo nel meridione della penisola, sia rispetto alla lotta fra le diverse fazioni politiche (uno per tutti lo scontro in Sardegna fra Pili e Putzolu), sia rispetto alla vicenda del riformismo agro-zootecnico. Quest’aspetto, a dire il vero, andrebbe considerato entro linee almeno ventennali, ad esempio oltre la parentesi della permanenza in Sardegna di Giulio Dolcetta, personaggio ampiamente citato nel volume, in quanto nome eccellente della nomenclatura imprenditoriale ed elettroirrigua, fiancheggiatore del fascismo e, più in là, della stessa RSI. Dapprima protagonista, Dolcetta fu rimosso dalla scena - scrive Maria Luisa Di Felice - a seguito dei contrasti che lo opposero ad Alberto Beneduce, per gli insanabili dissensi che emersero in merito alla politica industriale della Bonifiche Sarde e per le modalità di salvataggio dell’azienda creata nell’agro di Terralba.
Utile, si è accennato, la parte del libro dedicata alla consultabilità ed allo stato degli archivi storici sardi e al ruolo della stessa Sovrintendenza, temi su quali scrivono ben sette specialisti. Ma un’evidente importanza hanno anche le fonti radiotelevisive, come accenna nel sua scheda Jacopo Onnis. Anche la storia contemporanea isolana può avvalersi di giacimenti documentali inusitati e potenti. A storici, archivisti e soprattutto alle istituzioni il compito di valorizzarne la fruibilità.

Giò Murru

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