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Sardegna
Economica n. 3 2001 La
Sardegna nel regime fascista
Edizioni C.U.E.C., dicembre 2000 - 300 pagine
Sembra quindi opportuno rileggere quelle pagine del nostro passato liberandosi (come ben avverte nel suo contributo Giuseppe Barone, uno degli storici nazionali più illuminati ed attenti di quelle vicende) da troppe impostazioni storiografiche vetero-gramsciane per fornire un quadro intellettualmente attento delle valenze e dei significati dei processi di mutamento avviati ed accaduti in quel ventennio. Andrebbe quindi valutato, con obiettività, se effettivamente la società isolana del 1943, nonostante una terribile guerra perduta e le grandi crisi attraversate, si fosse trovata più avanti, come maturazione sociale ed economica, di quella che aveva visto l'affermarsi anche nell'isola di quell'illiberale ed infausto regime politico. Ad un'intrigante e lucido contributo di Manlio Brigaglia si deve poi l'analisi di quanto si è scritto finora sul fascismo in Sardegna, rilevando ombre e luci delle molte produzioni storiografiche disponibili ed annotando come ancora siano rimasti ampi spazi d'indagine da coprire e da analizzare. A partire dal meglio definire le cause, o le concause, che portarono all'affermarsi del fascismo in Sardegna: se esso sia stato importato da gerarchi continentali dopo la marcia su Roma delle camicie nere o se, al contrario, sia stato il prodotto di quel clima di forte disagio sociale attraversato dall'intero Paese dopo la conclusione della prima guerra mondiale. Ed un altro importante ed autorevole storico esterno, Salvatore Lupo dell'Università di Catania, analizzando coincidenze e differenze tra i vari aspetti che favorirono la nascita dei fascismi nelle regioni meridionali, vi trova una matrice comune nel combattentismo, in quel movimento dei reduci che, specie in Sardegna con il PSd'Az, ebbe la capacità di rompere i vecchi schemi dei notabilati politici d'ancien regime e di proporsi come catalizzatore ed interprete delle aspirazioni popolari per un processo di riscatto sociale. Ma come fu, in concreto, il periodo fascista della nostra storia regionale? Fu un periodo di stagnazione, come alcuni sostengono, o fu, al contrario, un periodo di avanzamento verso la modernità? Non è molto facile, scorrendo i diversi contributi raccolti nel volume, trovare una risposta univoca, precisa. Infatti, la società sarda seppure, nel suo lungo viaggio attraverso il fascismo, fosse stata accompagnata da forti impulsi e da reiterate tensioni verso la modernizzazione, si sarebbe trovata, al capolinea del 1943, con un ricco carnet di prospettive, ma con un modesto carniere di soluzioni raggiunte. Anche i diversi saggi del volume (M. L. Di Felice, F. Masala, S. Ruju, G. Altea, M. Magnani) dedicati a quegli anni non aiutano molto a cogliere l'entità d'un eventuale progresso. Proprio perché l'ombra del giudizio politico (di un regime comunque condannato duramente dalla storia) pare influenzare la valutazione degli eventi. Sembrerebbe quindi che la nemesi ideologica dell'essere anti (anti qualcosa, dal fascismo al comunismo ed a quant'altro serva per differenziarsi) rappresenti un freno per formulare un giudizio senza condizionamenti. Si prenda per esempio la stessa trasformazione delle città sarde (in primis Cagliari) e gli stessi impegni per riorganizzarne forma e funzioni. Testimoniavano niente altro che la cultura urbanistica del tempo, spesso anche di apertura super-nazionale, ed erano in linea con la più diffusa prassi urbana del tempo. Eppure vengono indicati come stolti allineamenti alle indicazioni del regime. Non tenendo conto che la crisi della città ottocentesca non era un fatto solo cagliaritano, ma investiva tutto il mondo occidentale. Certo, neppure il fascismo con il suo credo rivoluzionario sarebbe riuscito a fare dell'isola un laboratorio d'avanguardie progressiste. Anzi: avrebbe faticato parecchio a scalfire la stessa refrattarietà isolana ad accettare il nuovo, ad inventare ed a cavalcare - come direbbe Calvino - il futuro. Vi è però da aggiungere, andando anche al di là degli scritti, che in quegli anni si sarebbero coltivate nell'isola aspirazioni di sviluppo ben differenti al passato e nuove attese sociali sarebbero divenute patrimonio di gruppi più ampi di cittadini. Effettivamente quel ventennio non può essere archiviato come una parentesi della nostra storia, perché avvenimenti di ampia portata - sia di segno positivo che negativo - ne avrebbero scosso gli immutabili equilibri del passato. Non è facile, ad esempio, analizzare lo sviluppo dell'industria (da quella mineraria a quella chimica) senza collocarla all'interno degli indirizzi protezionistici prescelti allora dal governo nazionale. Essa infatti, come ha ricordato Ruju, raggiunse importanti avanzamenti tecnologici ed adeguati livelli di produttività, tanto da porla in posizioni di competitività europea. Né andrebbe dimenticata, per una più attenta analisi di quelle vicende, l'entrata in campo, con l'AMMI e l'ACAI, dello stato-imprenditore i cui influssi andarono ben oltre il ventennio. Si può comunque convenire, seguendo la ricostruzione di Luciano Marrocu, che il più importante fattore di modernità verrà dall'elettricità o, meglio, dalla nascita d'una industria idroelettrica in Sardegna, capace di generare insieme, secondo le direttrici dell'ingegner Omodeo, rivoluzione agronomica (con l'irrigazione) e rivoluzione industriale (con l'elettricità). E si trova anche la conferma di come quegli eventi rivoluzionari furono osteggiati, e sterilizzati, dalle forze conservatrici asserragliatesi dietro l'ombra protettrice del ceto dei proprietari assenteisti, delle loro consorterie e dei loro consoli. Gli stessi complessi rapporti tra gerarchie ed associazioni cattoliche e fascismo, di cui scrive Francesco Atzeni, servono ad inquadrare come anche su questo versante le convivenze furono più facili che nel passato, anche se ci furono alcuni momenti di frizione ed anche di disaccordo. D'altra parte il Concordato del 1929 aveva riconosciuto alla Chiesa romana un suo ruolo privilegiato nella società italiana. Comunque attorno a quei circoli e scuole cattoliche si sarebbe formata una classe dirigente antagonista al fascismo, creando i quadri di quella che sarebbe poi stata la DC sarda del postfascismo. Non vi è dubbio che quelli che erano i nodi principali dell'arretratezza socio-economica dell'isola (il suo regime fondiario e la naturalità delle attività rurali) erano destinati a rimanere insoluti. In buona sostanza, occorrerebbe riuscire a capire come le politiche di un regime autoritariamente forte non fossero riuscite a superare gli antichi pregiudizi e le forti resistenze d'una società spiritualmente vocata alla conservazione ma bisognosa di progresso. Ancor oggi appare difficile misurare il percorso compiuto dai sardi in quel ventennio sulla strada del progresso. Questo volume, così ricco di opinioni e di indicazioni, appare molto utile per approfondire la conoscenza di un periodo per tanti versi importante della nostra storia. Per aiutare a capire se la Sardegna di allora avesse accettato il fascismo o lo avesse voluto. Se di fronte al fascismo avesse mostrato indifferenza od adattamento, od anche distacco. scheda
a cura di Paolo Fadda |
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