Un
libro di Luisa Plaisant riapre il dibattito sulla quotidianità in quegli
anni
Gli
affari di un'isola povera
Nomi e protagonisti dell'economia fascista in Sardegna
Ognuno
di noi è figlio del proprio passato e nei sardi della mia generazione
nella casella della memoria, c'è forzatamente un po' di fascismo. Sono in
molti, forse in tanti, ad avere quel segno distintivo (appunto un passato
fascista in famiglia). Anche mio padre e mio nonno erano iscritti al
fascio, portavano la cimice sul risvolto della giacca, ma non so se
fossero poi proprio di fede fascista. Come, del resto, gran parte di
quell'ottanta-novanta per cento di italiani che avrebbero dato a quel
regime il proprio consenso, se non proprio un convinto appoggio. Io
stesso, che portavo con orgoglio la divisa di balilla moschettiere,
guardavo al fascismo come se fosse qualcosa di materiale all'interno del
mio piccolo mondo d'allora, come il campanile di Sant'Eulalia, la spiaggia
del Poetto o i giardinetti della darsena di Cagliari. Riandare a quel
passato, ripercorrerlo sui sentieri della memoria, non vuol certo
significare dare spazio in qualche modo ad impensabili nostalgie quanto
ripescare episodi che fanno parte della storia di tutti noi, personale in
alcuni casi, cittadina o isolana in altri. Mi ha offerto lo spunto di
riapprodare a quel passato, la lettura d'un volume (La Sardegna nel regime
fascista) appena edito dalla Cuec e curato dall'accademica Maria Luisa
Plaisant. Se la Sardegna s'era adattata facilmente al fascismo, di certo
non s'era fascistizzata. Altrettanto si può dire di Cagliari, una città
che visse (bene) nel fascismo e mai (o quasi) dentro il fascismo.
Sfruttandone appieno tutti i benefici economici (la legge del miliardo, la
bonifica degli stagni, il potenziamento portuale, ecc.) e favorendone ogni
progetto di grandeur. Difficile sostenere che quegli anni furono infelici
per le nostre comunità. Perché proprio allora si coltivarono, nei
diversi strati della popolazione e per la prima volta, aspirazioni ben
differenti dal passato. Cambiare la qualità della vita era diventata la
nuova parola d'ordine. Per cui, per poter cogliere appieno il senso di
quegli anni, occorre analizzare l'intreccio vizioso formatosi tra le nuove
tensioni verso il cambiamento ed il progresso e le vecchie resistenze per
il mantenimento dell'antica costituzione sociale. Forse a Cagliari, più
che in altri luoghi, fu vissuto ancor più intensamente quel contrasto.
Intanto perché, almeno inizialmente, la città era riuscita a cooptare
dentro di sè la nuova classe dirigente espressa dal fascismo e,
contemporaneamente, era divenuta il laboratorio d'eccellenza per le più
importanti iniziative fatte proprie dal regime (l'industria idroelettrica
e chimica, le bonifiche di Bonaria, di Santa Gilla e del Sassu, il
potenziamento del porto, le grandi opere pubbliche, ecc.). Lo stesso
raddoppio della popolazione (da 60 mila a quasi 120 mila) sta a
testimoniare come, proprio nel ventennio fascista, Cagliari abbia saputo
cogliere positivamente tutte quelle opportunità di progresso e di
crescita. A voler dare retta ai critici, quello cagliaritano fu comunque
uno sviluppo più giocato sul tavolo degli affari che dell'impresa. Più
sulla speculazione di breve momento che sul lavoro di medio periodo. Come
dicono abbia fatto quel tale che impegnò tutto il suo capitale per
arricchirsi con l'acquisto del relitto del piroscafo Memphis naufragato
nel gennaio 1927 a Capo Carbonara. Pensava fosse carico d'ogni bendiddio
essendo diretto alla Fiera di Tripoli. Accadde che l'affare sperato
svanisse nel nulla, riuscì a recuperare nient'altro che alcuni miseri
tavolinetti. Dal sogno d'una grande ricchezza, quello speculatore era
passato ad una tragica indigenza, resa ancor più pesante dall'irrisione
dei vecchi amici che lo additavano come... su meri 'e su Memphis,
diventato sinonimo di padrone del nulla). Cagliari era divenuta il centro
politico egemone (con la leadership fascista di una pattuglia di giovani e
rampanti trentenni) e ponte di comando dell'economia isolana(con il Gruppo
elettro-irriguo della Banca Commerciale Italiana). La città diverrà
luogo privilegiato, ed esclusivo, per l'elaborazione e la gestione dei
"grandi progetti" che regime aveva destinato all'isola. Attorno
ai nuovi leader delle camicie nere ed all'uomo forte della Commerciale
(l'ingegner Giulio Dolcetta), i borghesi avrebbero realizzato una fitta
rete di legami familiari e di solidarietà amicali, facilitando la
creazione di un canale privilegiato per i loro affari. Questo può essere
il quadro complessivo attraverso cui cogliere le ragioni del grande
sviluppo avuto dalla città in quegli anni. Le linee di fondo erano
incentrate sulla modernizzazione dell'economia, con la redenzione delle
campagne attraverso le bonifiche, la diffusione dell'elettricità e la
contemporanea promozione di uno sviluppo endogeno basato sulle risorse
locali. Il punto di raccordo di questo programma lo si sarebbe trovato
nell'Unione fascista degli industriali, e nella personalit à di Giulio
Dolcetta e Dionigi Scano. Il primo portatore degli interessi e della
finanza del trust elettro-bancario, il secondo in rappresentanza della
borghesia degli affari e della gerarchia fascista locale. Ambedue tuttavia
non avevano un preciso background di regime. Dolcetta era giunto in
Sardegna nel 1917 con le credenziali di quel gruppo di tecnocrati
riformisti che Angelo Omodeo aveva raccolto attorno alla rivista Critica
Sociale di Filippo Turati. Dionigi Scano, proveniente da una famiglia
della buona borghesia cittadina (suo nonno era Stanislao Caboni, Censore
generale del Regno sardo), era stato un esponente di rilievo di quel
liberalesimo illuminato che si richiamava al pensiero di Francesco Saverio
Nitti. Ambedue avevano la loro brava cimice sul risvolto della giacca, ma
la loro adesione al fascismo sembrava più di facciata che di convinzione.
Dalla loro stretta collaborazione avrebbero preso il via i progetti per la
modernizzazione del capuluogo sardo: dalla creazione d'una zona per le
industrie ai bordi della laguna di Santa Gilla all'istituzione del porto
franco, dal potenziamento delle facolt à scientifiche dell'Ateneo
all'edificazione di importanti edifici pubblici ed alla progettazione di
una efficiente e moderna rete viaria. Che fosse davvero il fascismo, come
regime forte ed autoritario, il collante giusto per far decollare
finalmente la "grande Cagliari"?
Paolo
Fadda
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