La
città respirò nuove urbanizzazioni e nuovi affollamenti
Da
borgo malsano a capoluogo
Cagliari e la rinascita durante il fascismo
Cagliari
nel 1931 aveva raggiunto i 100 mila abitanti, nel 1936 i 110 mila e nel
1943 aveva sfiorato i 120 mila. In quel lungo viaggio attraverso il
fascismo, la città aveva sfruttato tutte le opportunità fornite da
investimenti pubblici come mai s'erano visti in passato. Grandi interventi
nel porto, nella bonifica degli stagni, nell'acquedotto sussidiario e per
tutta una serie di edifici pubblici di grande rilevanza. Ciononostante, il
fascismo per molti cagliaritani era rimasto più un fatto esteriore che
una scelta politica condivisa. Le adunate in camicia nera facevano parte
per molti della quotidianità della vita, come sa passillara in via Roma o
al Bastione e su picchettu da zia Boicca o in de' Porrà a base di burrida,
puligas, longus, mannareddas e fà buddia. La stessa privazione delle
libertà politiche sembrava potesse passare in secondo piano di fronte ai
vantaggi di un ritrovato clima d'ordine sociale e di una rinnovata
efficienza dell'organizzazione statale. "Cagliari - scrisse il
cronista dell'Unione nel 1928 - è tutta mutata: alle catapecchie ha
sostituito bellissimi palazzi, ha colmato i suoi stagni dando meno malaria
e vita più sana, ha liberato finalmente le sue strade dalla polvere e dal
fango". E con la forma era cambiata in meglio anche la qualità della
vita cittadina. Non è infatti senza ragione che i cagliaritani, pur
rimuovendo in questo dopoguerra, ogni nostalgia per quel regime,
continuarono a ricordare, e a magnificare, i meriti d'amministratore
civico del podestà Enrico Endrich. La stessa conformazione urbanistica
della città avrebbe trovato incidenza in questo vorticoso processo di
espansione e di interventi edilizi. Non Ë facile poter comprendere se fu
un processo razionale, se la città ne risultò abbellita od imbruttita.
Certo non ne fu stravolta. D'altra parte la Forma Karalis continuava a
risentire pesantemente dei troppi contradditori passaggi con cui aveva
superato il guado da semplice e modesta residenza coloniale e vera città
moderna. Non era stata una trasformazione indolore, perché i nuovi
quartieri di pianura mal si saldavano con il vecchio impianto urbano
annidato tra le strette e malsane vie dei rioni storici. Ed erano ancora
diversi i condizionamenti fisici ed organizzativi che rendevano non facile
il vivere in città. Le amministrazioni fasciste si erano preoccupate
soprattutto di porre mano al "risanamento" igienico ed a
favorirne l'espansione edilizia, nell'intento di migliorare il tasso di
vivibilità abitativa. Dovettero fare i conti con il forte inurbamento,
tanto da non poter far nulla per evitare che i magazzini dei piani terra
delle vecchie case divenissero insalubri dimore per tanti suoi cittadini
(sarà la piaga dei sottani, de is bascius). Così il carico abitativo di
alcuni vecchi rioni, come ad esempio La Marina, avrebbe raggiunto limiti
da cashba nordafricana. Oggi sono molte le critiche che vengono rivolte
alla politica urbanistica cagliaritana negli anni fascisti. Alcune, alla
luce della cultura corrente, paiono anche pertinenti, ma piuttosto si
tende a generalizzare, demonizzando con la penna dell'ideologia quel che
allora venne costruito dagli ingegneri locali. Ma alcune opere come quelle
a firma di Flavio Scano, Ubaldo Badas, Angelo Binaghi, Valerio Tonini,
Salvatore Rattu e Giacomo Crespi meriterebbero una diversa considerazione
di quell'attributo di banale conformismo agli indirizzi del regime con cui
vengono indicate. Anche perché ogni città è figlia della cultura dei
suoi cittadini e, con l'immagine, ne rispecchia in modo più o meno
preciso il grado di civiltà complessiva. Vi è un altro aspetto della
vita cittadina di quegli anni che vale la pena di ricordare. Ed i cui
risvolti potei captare anche in famiglia. Si trattava dell'esercizio della
delazione, che il regime aveva incoraggiato e promosso a prassi. Sulla
strumentalizzazione di quelle informazioni si sarebbe così realizzato un
aspro regolamento di conti tra le élite cagliaritane schierate pro o
contro il trust affaristico formatosi fra il gruppo elettrico sardo ed il
clan che si riconosceva in Dionigi Scano (con lui erano il fratello
Stanislao, Sante Boscaro, Gracco Tronci, Guido Conti Vecchi). Il vero
motivo del contendere erano le bonifiche, o, meglio, i contributi pubblici
per le bonifiche. Che secondo quelle delazioni non sarebbero andati ai
lavori, ma avrebbero preso la più facile strada degli interessi privati
di quella camarilla affaristica. A questo ingiusto pettegolezzo che
colpiva duramente l'intero progetto elettro-irriguo gli si volle dare
anche un supporto scientifico, sostenendo, non senza un'inconscia ironia,
"che i laghi artificiali ed i canali non combattono la malaria ma la
favoriscono, e dunque le bonifiche le debbono fare i proprietari locali e
non i banchieri continentali ed i loro ascari"". Cagliari, e
quel che la città aveva fino ad allora rappresentato per quel progetto,
era divenuta cosÏ l'obiettivo principale della rivolta. A capeggiarla era
scesa in campo la stessa élite fascista sassarese, riaprendo così un
capitolo di quell'infinita rivalità tra le due città sarde per la
conquista dell'egemonia regionale. Ora, a voler essere sinceri, non vi Ë
dubbio alcuno che la città venne abbondantemente innaffiata, per la sua
crescita, dall'appoggio politico ed economico delle gerarchie fasciste. Ma
fu certamente merito dell'intraprendenza dei cagliaritani se si riuscì a
capitalizzarne tutti i benefici. La straordinaria espansione edilizia
cittadina avrebbe favorito il sorgere di una agguerrita industria delle
costruzioni destinata a formare lo zoccolo duro dell'occupazione cittadina
e del suo hinterland. Ed in proposito, non bisognerebbe dimenticare che
proprio nell'edificazione di Carbonia, per la prima volta nella storia
isolana della costruzione delle grandi opere pubbliche, ebbero un ruolo
fondamentale diverse imprese edili cagliaritane (Fadda & Tonini,
Boero), capaci di costruire un'intera città in soli trecento giorni.
Furono le voci di guerra, a mettere in discussione alla fine degli anni
Trenta quell'appagamento cittadino ai voleri del regime. Ed avvenne in due
direzioni diverse: di manifesta preoccupazione in chi, per l'età, aveva
vissuto i drammi ed i dolori del precedente conflitto mondiale; di
inconscia partecipazione da parte di chi era stato educato nel clima
combattentistico delle organizzazioni giovanili fasciste (libro e
moschetto). Si formarono allora i primi gruppi dei favorevoli e dei
contrari. Se ne discuteva animatamente anche nei caffé cittadini, al
Torino e al Littorio in via Roma, al Genovese in piazza Costituzione come
al Pasubio in via Paoli. Ancora ben presente in molti di noi il ricordo
delle discussioni infinite che s'aprivano dopo ogni giornale radio della
sera, augurandosi vicendevolmente che la ragionevolezza prevalesse sulla
follia. Per i cagliaritani, con la guerra, sarebbe giunto anche il dramma
della distruzione della loro città. Il poeta Marcello Serra ricorda così
quei giorni: "Frana la terra a spasimo di schianti:/ ogni luce
s'abbuia,/ s'accascia ogni pensiero/ come vetro battuto./Or centomila
uomini supini/ con le viscere attorte/ rapina e miete un panico maligno.
Ed infine il tragico epilogo: come a vespro il mandriano nello stabbio/ la
Morte fa la conta dei suoi morti". Fra quei morti, mai più risorti,
ci sarebbe stato anche il fascismo dei cagliaritani.
Paolo
Fadda
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