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Da L'Unione Sarda, 7 luglio 2006
Intrigo in America e forse in Sardegna
“Gioco pericoloso” (edito da Cuec, pagine 236, euro12),
political-thriller firmato da Andrea Pubusa, ha un sottotitolo da
aguzzate la vista: “L’entrata a gamba tesa di Ben Nivarra”. Prima opera
narrativa di un saggista, avvocato e docente universitario di Diritto
amministrativo, ex consigliere regionale, che si è certamente divertito
a mettere in scena (o in piazza) intrighi, alleanze e disfide di una
storia ambientata nel lontano Illinois.
Stabilite le distanze geografiche, l’autore può destreggiarsi tra i vari
Development Projet, Popular Democracy, Labour Rifoundation, Valours
Association, Greens: anglismi che chiunque può facilmente tradurre. In
una metafora piuttosto esplicita di fatti e misfatti di casa nostra, si
lascia al lettore attento e informato il gusto di scoprire chi si celi
dietro i Sam, Jack, Pat che fioccano nelle pagine con un andamento da
poliziesco anni Quaranta. E chi sia quel Ben Nivarra che porta camicie
chiuse fino all’ultimo bottone o Doc Myers, che indossa un vestito di
velluto nero e le scarpe da ginnastica. Fanta-politica, e bassissimi
livelli morali, per personaggi che tra misteri, rapimenti, strategie e
colpi di scena inseguono il potere e disprezzano gli avversari e fanno
uso di qualsiasi mezzo, anche illecito, per impadronirsi di una stabile
poltrona.
Sornione, Andrea Pubusa, che quei giochi conosce da vicino, dice che ha
scritto il libro quasi di getto e in poco tempo. E forse ricordando
sussurri e grida uditi nei corridoi governativi, ha riprodotto nel testo
quegli scambi feraci e le sottili diatribe tra i notabili dei partiti.
Siamo a Chicago, occorre ricordarlo, anche se nella copertina il porto
di Cagliari sfuma nei grattaceli made in Usa. Niente di personale,
nessun riferimento a fatti o persone reali, ci mancherebbe, roba che
succede in America.
Certo, tra i personaggi (tanti) di Gioco pericoloso non si salva
nessuno. Intellettuali frustrati, i seguaci di Ben Nivarra – che ha
fatto i soldi con i telefonini – sono “zelanti gregari” che applaudono,
caldeggiano, propugnano. In attesa del “treno della vita”, ma destinati
a cocenti delusioni. I loro rivali non se la passano meglio dal momento
che seguono un leader col ciuffo e l’Harley Davidson, uno che auspica
autonomia e moto all’idrogeno. Innumerevoli, nel racconto, le assemblee
e le riunioni in cui si dibatte dei destini della nazionale e si
organizzano sabotaggi, sequestri, riscatti che sembravano venire dritti
dritti dalla cronaca recente. Comprese le elezioni, i conteggi e i
riconteggi, le false disfatte e le false vittorie. Per concludere
l’intricata vicenda, Andrea Pubusa sceglie un finale da molto rumore per
nulla. Gli strepitanti protaginisti (elencati dall’editore in un
ordinato glossario con titoli e cariche) si affannano per arrivare al
più classico dei risultati: cambiare tutto per non cambiare niente.
Decisamente beffardo, il narratore giurista adotta uno stile mimetico
del linguaggio quotidiano dei capipopolo lontani dai microfoni e sono i
dialoghi veloci ad illustrarne logica e pensiero. Non alati, in verità,
anche se elaborati nel chiuso dei Palazzi cittadini o negli ameni
dintorni di un ranch a Could Mountain, buen retiro di un alto papavero e
dei suoi accoliti. Tra conservatori e democratici lo scrittore
inserisce, tra gli altri, i sulfurei ritratti dell’imperscrutabile
giudice Hilton Moore, Procuratore Generale, e quello del Reverendo Brown
che come Luther King, ha “fatto un sogno” e chiude il suo applaudito
intervento sulle note di Imagine. Riferimenti kennediani, come si vede,
(“Se lo volete, se serve, se è utile”, scandisce Ben Nivarra) ma si
accenna anche alla guerra in Iraq e alle attuali tensioni
internazionali.
Fuggevoli, ma in fondo determinanti per la trama, le presenze femminili.
Utilizzate non più come angeli del ciclostile ma investite di qualche
piccola responsabilità: cioè, se sono abbastanza piacenti, fare da esca
per azioni diversive. Quanto ai nomi profusi nel suo romanzo, Andrea
Pubusa dichiara candidamente di aver frugato tra la sua collezione di
dischi jazz e di aver mescolato le generalità dei musicisti.
Alessandra Menesini
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