La Nuova Sardegna 3 maggio 2005

Preferisco il rumore del mare, il ritratto di una città nel "resoconto" di Antonio Romagnino


Cagliari, un luogo meticcio

La tolleranza, la capacità d’integrazione dell’altro da sé


Non si legga il recente libro di Antonio Romagnino, Preferisco il rumore del mare, come la descrizione documentaria redatta da un poligrafo municipale, da un erudito locale. Ma piuttosto come la sintesi interpretativa tracciata da un autore di saggi impostati sul valore letterario di una città-emblema. Nel nostro caso Cagliari.

Sintesi alla quale il lettore dovrebbe accostarsi nel modo in cui, per esempio, si appresterebbe, mutatis mutandis e fatte le dovute proporzioni, alla lettura della Trieste di Claudio Magris o della Napoli di Raffaele La Capria.

Giacché, incastonata sul bordo del suo piccolo microcosmo isolano, Cagliari certo non sfigura irrimediabilemente al confronto. Anch’essa possiede infatti i suoi quarti di nobiltà, la sua variegata tradizione, il suo clima culturale inconfondibile.

Romagnino riattraversa la storia della sua città-simbolo, prendendo le mosse dal Settecento: allargando subito il tiro, estendendo lo sguardo all’interno della Sardegna, nella motivata condizione che Cagliari, in un modo o nell’altro, non sia affatto un corpo estraneo alla cultura dell’isola. Romagnino non è nuovo a queste schermaglie. La sua posizione l’ha ribadita attraverso i vari libri. Libri che spesso vedono come comune denominatore tematico il "mare", che ora è addirittura consacrato nel titolo stesso di questo saggio: Preferisco il rumore del mare.

Il mare di Romagnino, per parlare chiaro, non rappresenta soltanto un aspetto determinante del paesaggio geografico della sua città, città che si preconizza appunto marinara, ma simboleggia il nuovo, il diverso, l’aperto: insomma, l’elemento straniante e fascinoso che si oppone alla terragnità di un’isola tentata di chiudersi nel suo circolo narcisistico. E Romagnino non vuol essere un "metafisico". Egli è infatti tendenzialmente un empirista, un liberale, un illuminista. Rifugge dai sistemi, dagli schematismi, dalle assolutizzazioni. Caso mai inclina al "particulare", al gusto della discrezione, del frammento di verità che si compone con altri frammenti di verità, in un insieme sempre aperto e suscettibile di confronto, di contraddizione dialettica, di contaminazione.

Così Romagnino elogia soprattutto questa dote peculiare della sua città, comune peraltro alle belle città di mare: e cioè la capacità d’integrazione dell’altro da sé, la tolleranza, l’ospitalità, la disponibilità al dialogo culturale. E soprattutto l’attitudine all’assimilazione. Per cui ciò che più desta la sua ammirazione è la circostanza che Cagliari riesca di solito a coinvolgere nell’orizzonte del proprio cammino e del proprio destino coscienze e intelligenze provenienti anche dall’interno della Sardegna.

Potremmo allargare questa valutazione del nostro autore anche al di là dei suoi enunciati letterari, consapevoli di interpretarne correttamente il pensiero. Non solo i sardi dell’interno, ma pure i molti "non sardi", peninsulari ad esempio, si sono fatti "cagliaritani". E hanno contribuito alla crescita di questa città e dell’intera Sardegna.

I momenti e le fasi salienti di questo processo sono individuati dall’autore segnatamente negli ultimi due secoli di storia cagliaritana. A partire proprio dall’ultimo Settecento, e da quella "sarda rivoluzione" d’impronta giacobina che cominciò, nelle coscienze più illuminate, a dischiudere una prospettiva di liberazione dagli schemi e dai vincoli anche mentali del feudalesimo, benché in Sardegna non sia mai penetrata veramente alcuna corrente illuministica. Così come fu pressochè sconosciuto il moto della "renovatio" rinascimentale.

Eppure, uomini come Giommaria Angioy, Domenico Alberto Azuni, Ignazio F. Mannu furono in qualche misura partecipi di uno spirito "illuminato". Né va trascurata l’opera dei "riformatori" sabaudi, sardo-piemontesi, dei propugnatori del "rifiorimento" isolano, cui i più avvertiti ambienti intellettuali cagliaritani non rimasero indifferenti.

Posizioni assai assennate e avanzate, quelle di tali "riformatori" esterni, fattisi a loro volta "sardi" (valga per tutti il nome "sassarese" Francesco Gemelli), che a distanza di secoli dimostrano a ben vedere come i problemi reali della Sardegna e del suo cronico sottosviluppo fossero stati già allora perfettamente avvistati e scandagliati. E che solo un pregiudizio storico o una mistificazione ideologica, convinta di personificare richiami a ben più autentici valori e più radicali prospettive di rivendicazione sociale e nazional-regionale, ha potuto addirittura liquidare con l’accusa di una visione colonialistica e paternalistica, reazionaria e "anti-sarda".

Cagliari, lungi dall’essere quel corpo estraneo e quella testa posticcia, distaccata dalla realtà della Sardegna, che taluni a torto pretendono, è stata al contrario attraverso i secoli il luogo e il laboratorio privilegiato della mediazione fra l’isola e il continente.

Emblematica in tal senso l’opera dei grandi cagliaritani o "cagliaritanizzati" dell’Ottocento. Uomini a metà strada tra erudizione e patriottismo, ma capaci di coltivare e intrattenere relazioni culturali di alto livello con l’esterno: come Giuseppe Manno, Giovanni Siotto-Pintor, Pietro Martini, Giovanni Battista Tuveri, Vittorio Angius, lo stesso Giovanni Spano. Basti pensare, del resto, a un ingegno come Gaetano Cima, l’"architetto di città", che con la sua largezza di vedute e curiosità culturale introduce una vigorosa corrente d’aria europea nel paesaggio urbano e nell’assetto urbanistico del capoluogo della Sardegna.

Ma la Cagliari borghese dell’Ottocento, la Cagliari che sarà a buon diritto detta bacareddiana, annovera anche altri cultori di "studi pluridisciplinari", come a suo tempo lo era stato chiaramente il Cima: quali Filippo Vivanet e Dionigi Scano, figure di intellettuali locali di sicuro profilo.

La vita universitaria e culturale cittadina si fa ancora più vivace, con la proliferazione di periodici, riviste, giornali, tra cui "Vita Sarda", "figlia degli stessi interessi intellettuali e politici che negli stessi anni davano origine al quotidiano L'Unione Sarda". Si assiste anche, per un breve periodo, all'autentico miracolo della "Farfalla", il raffinato foglio di Angelo Sommaruga, un altro "forestiero" intraprendente, destinato a egregie cose, anche lui "fattosi cagliaritano".

Il passaggio fra Otto e Novecento è prolifico di nuovi personaggi interessanti e "progressivi": come Antonio Scano, promotore della giovane Deledda, Raffa Garzia e Raimondo Carta-Raspi, che accoppiava alla nostra irrequietezza intellettuale un battagliero spirito sardista.

Il panorama del Novecento cagliaritano registra pure, per apparizioni o intermittenze, le personalità di Emilio Lussu, Antonio Gramsci, Giuseppe Dessi, e poi la presenza costante e continuativa di figure come Francesco Alziator, Nicola Valle, Renzo Laconi, Umberto Cardia, Giovanni Lilliu. Ma ancora una volta Romagnino, fedele al suo canone interpretativo, richiama opportunamente l'attenzione del lettore anche sui "forestieri": in questo caso gli ambientalisti Manlio Chiappini e Siro Vannelli.

Mentre Salvatore Cambosu, Francesco Zedda, Antonio Puddu, Bachisio Zizi, Marcello Serra, Michelangelo Pira, Giulio Angioni, Giuseppe Fiori, Francesco Masala, Antonio Cossu, Sergio Atzeni sono tra gli autori emblematici del nostro ultimo scorcio di secolo e millennio.

Il saggio-attraversata della storia culturale di Cagliari stilato da Romagnino è accompagnato da bei fotogrammi e dalle convincenti sequenze di uno straordinario supplemento al libro, cioè a dire dall’annesso cortometraggio-intervista all’autore, curato da Peter Marcias, "Je prefère le bruit de la mer", che è parte integrante dell’opera, e che rivela da parte del giovane regista un’acuta sensibilità di interprete e una delicata arte del commento al testo giocata per suoni e immagini. In questo documentario lo scrittore è indotto da una regia abilmente maieutica a manifestare appieno il carattere e il pensiero dell'uomo Romagnino, la sua filosofia di vita.

Il lavoro di Romagnino si conclude con uno sguardo critico aperto sull'orizzonte della poesia, e col fiducioso auspicio nel rinnovamento costante di una città posta dalla natura e dalla storia fra le capitali del Mediterraneo: città dal ricco passato e, pur con alcuni suoi limiti ora contingenti ora strutturali, dal presente industre.


di Leandro Muoni


Vai alla scheda
 

 Torna su

© CUEC Cooperativa Universitaria Editrice Cagliaritana