Da La Nuova Sardegna, 28 settembre 2006

Gli antichi sardi? Multiculturali

Fanno discutere le tesi dell’antropologo Sanna sull’identità dei nostri avi

Particolari e multiculturali. Un’immagine riflessa singolare e plurale. Un messaggio della diversità alla diversità. Un mondo nuragico più lontano della sua lontananza. "Il popolamento della Sardegna e le origini dei sardi", edito da Cuec, è il titolo di un interessante lavoro di Emanuele Sanna, professore associato di antropologia all’università di Cagliari. Contributo oltremodo appropriato mentre ferve il dibattito in corso su un’identità così controversa, a metà strada fra l’Araba Fenice e l’Isola non trovata, che gode peraltro di forti venti favorevoli tali da far nascere, nella programmazione regionale, un Museo dell’Identità.
Da questo punto di vista, le risultanze delle ricerche di Sanna irromperanno nel dibattito attorno alle nostre "vere origini", portando novità e conferme di non poco conto. I dati si complicano, la situazione diventa perciò eccellente: essi discendono da analisi condotte su campionature derivanti da studi di antropologia fisica e soprattutto sul Dna.
Una delle risultanze fondamentali dell’analisi cromosomica è che il contributo fondamentale agli assetti biologici dei sardi si sarebbe formato fra il Paleolitico Superiore e il Mesolitico; la successiva "ondata" neolitica - tradizionalmente ritenuta "decisiva" - non avrebbe inciso per oltre 35% circa, ed è probabilmente sovrastimata.
Tale popolamento - non si hanno dati diretti sul tipo di uomo presente nel Paleolitico Inferiore - è quindi attribuibile all’Homo Sapiens, e si sarebbe concretizzato tra i ventimila ed i diecimila anni fa. Si è anche individuata una provenienza, o comunque una forte affinità con le aree iberiche e liguri-provenzali. Il nucleo neolitico sembra invece ricevere un apporto vicino-orientale.
Il racconto mediterraneo compone, nella lunga storia isolana, una specifica linea di evoluzione interna non scevra di grandi omogeneità, se troviamo che, a giudicare dai campioni e dalle analisi disponibili, la lettura del Dna mitocondriale nuragico ci parla di una popolazione omogenea, data l’assoluta affinità dei campioni che provengono da Alghero, Carbonia, Fluminimaggiore, Seulo, Santa Teresa Gallura. Ancora più interessante è il fatto che non vi sia sostanzialmente relazione fra il Dna mitocondriale nuragico e quello dei Sardi contemporanei, dove, nelle zone attualmente più conservative, sembra manifestarsi piuttosto il ben più antico "marcatore mesolitico". Per inciso, la stessa assenza di relazioni sembrerebbe manifestarsi fra i Baschi antichi e quelli attuali, come rilevato dall’autore (aggiungiamo che anche tra il Dna degli attuali toscani e quello degli Etruschi non sembra esserci relazione). Stiamo ragionando - e Sanna non manca di sottolinearlo - su campionature suscettibili di maggiori e apprezzabili quantità, ma comunque significative. In quest’ambito va letta - altro dato interessante - la mancata affinità tra il Dna degli Etruschi e quello dei Nuragici.
Una sezione del libro presenta un utile riassunto delle ricerche effettuate sugli aspetti genetici delle popolazioni della Sardegna, dibattito tutto da ampliare al quale hanno dato contributi fondamentali Cavalli Sforza, Piazza, Francalacci e gli studi di antropologia fisica di Franco Germanà, e inoltre Vona, Rickards, Contu, Cappello, Comas, Passarino, Scozzari e Memmì.
Il libro di Emanuele Sanna dà ampio spazio alle principali fasi storiche della Sardegna, dal Paleolitico Inferiore ai nostri giorni, accompagnate dalle risultanze, ove disponibili, delle analisi genetiche ad esse proprie e da alcuni approfondimenti specifici. Su questa parte più propriamente archeologica i punti di vista, come è noto, sono diversi e suscettibili di discussione e valutazioni diverse. Forse su questioni importanti e delicate come quelle dei Popoli del Mare e dei relativi Sherden o Shardana vi sono spazi eccessivi per letture poco attendibili, pur confutate, mentre sono assenti, anche prescindendo dalle più recenti dimensioni del dibattito scientifico, i capisaldi essenziali, come ad esempio i lavori di Sandars e Bunnens.
In genere - ma ciò indica la necessità di alcune precisazioni e non incide sullo studio genetico, più propriamente legato ai saperi dell’autore - alcuni contesti bibliografici e di inquadramento potrebbero essere aggiornati sul versante della ricerca scientifica, come ad esempio quelli sul mondo fenicio-punico o anche sul mondo nuragico (sul primo i dati della straordinaria militanza archeologica di Barreca sono stati, da tempo, aggiornati, mentre sul secondo mancano riferimenti a importanti ambiti di ricerca; per quel che concerne Lilliu, del quale è nota la vastissima produzione scientifica, si possono ricordare le sue letture della "costante resistenziale", che, comunque le si vogliano acquisire, possono stabilire una relazione con il problema delle aree geneticamente conservative; nell’orizzonte delle relazioni "internazionali" dei nuragici è assente la fondamentale presenza a Creta, in particolare nel sito di Kommos, porto commerciale di Festòs, e la stessa discussione sulla nascita della falsa cupola, o tholos, non può essere limitata al polo oppositivo apporto miceneo/sviluppo autoctono).
Tornando alle analisi genetiche, il lavoro - del quale abbiamo dato solo alcune risultanze, ma che appare prezioso per tutte le epoche - è destinato ad arricchire in modo fondamentale la discussione sul tema. Emerge, ovunque, la particolarità del patrimonio genetico isolano eppure anche la sua multiculturalità. Negli aspetti formativi, per usare termini geografici, sembra più occidente (penisola iberica, Provenza, Liguria) e meno, (ma anche) vicino Oriente: ciò prima dei nuraghi, sino al neolitico. Con i nuragici lontani da noi ma che si avvicinano meglio a questo nucleo composito formatosi fra il paleolitico superiore ed il neolitico rispetto alle serie dell’età del Rame e del Bronzo Antico (Bonnanaro). Negli aspetti evolutivi, c’è la storia dei continui apporti etnici, dei ripiegamenti, delle "resistenze".
E’ passato moltissimo tempo dagli uomini della Grotta Corbeddu, ma per certi versi è un tempo ancora vicino, almeno in certe aree più conservative dell’isola. Più, sembrerebbe, del nuragico. L’autore invita ripetutamente, da scienziato, alla prudenza su quantità e talora sulla natura delle serie disponibili. Inevitabile se si pensa a quanto non conosciamo delle varie epoche, di "altri" eventuali nuclei umani in età nuragica, alla valutazione del ruolo sociale espresso a più livelli (innovazione tecnologica, leadership nella sfera del sacro e in quella militare) e non necessariamente coincidente con la "prevalenza" genetica.
Resta - di tutte le suggestioni di questo bellissimo lavoro - l’alterità del nostro attuale patrimonio genetico rispetto a quello nuragico. Se fosse confermata da altre serie analitiche, sarebbe una bella notizia, perchè riconsegnerebbe la scelta dei frequentissimi riferimenti identitari al mondo nuragico - che li si condivida oppure no - ad un ambito più propriamente culturale.

di Marcello Madau


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