Il Messaggero Sardo n. 12, Dicembre 2006

Un libro per scoprire le origini dei Sardi

Il viaggio ebbe inizio in un periodo compreso tra 20 e 24 mila anni fa, quando il mare era meno profondo di oggi e il blocco Sardegna-Corsica distava poche miglia marine dalla Toscana. E fu così, con grande probabilità, che l'Homo Sapiens giunse a popolare la nostra isola.
Queste sono le conclusioni cui il biologo Emanuele Sanna, docente di Antropologia all'Università di Cagliari, è giunto con il suo “Il popolamento della Sardegna. E le origini dei Sardi” (Cuec 2006). Il libro, presentato a Cagliari il 10 novembre alla presenza di un folto gruppo di docenti e ricercatori sardi (di antropologia, paleontologia, biologia e scienze naturali), raccoglie con rigore una lunga serie di evidenze scientifiche che conducono in maniera sostanzialmente unanime alle conclusioni sopra descritte. Citando risultati di gruppi di ricerca distinti l'autore riporta la stima forse più rilevante dell'intera opera: circa il 60% dei cromosomi Y dei Sardi risultano derivare dal Paleolitico Superiore e dal Mesolitico. In altre parole la popolazione sarda sarebbe composta quasi esclusivamente da discendenti di gruppi umani giunti in Sardegna in un arco temporale compreso fra 40 e 12 mila anni fa. Studi eseguiti recentemente sul DNA mitocondriale (quello che viene trasmesso invariato da madre a figlio) hanno confermato l'affinità genetica tra Sardi attuali e Sardi paleolitici. Ma hanno anche sentenziato che il corredo genetico dei Nuragici (vissuti fra il 1600 a.C e il 535 a.C.) si discosta molto da quello attuale, così come da quello degli Etruschi. Il limite di queste stime, che si basano sul confronto tra il campione attuale e quello antico, è dato dalla scarsità del secondo, in quanto le analisi del DNA necessitano di elementi biologici, come i denti, difficili da reperire.
E dato che il clima caratteristico della Sardegna è di quelli che fanno la benedizione dei vivi e la maledizione dei morti, la carenza di reperti ossei di epoche remote è uno dei principali ostacoli a questo genere di studi. Tuttavia, con il progredire delle tecnologie diagnostiche, reperti prima ritenuti impossibili da decifrare, potranno rivelarsi utili a scoprire qualche nuovo tassello del complicato puzzle dell'antropologia.
Altri elementi esaminati nel libro di Sanna sono i livelli di omogeneità (favorita dai flussi migratori interni) e di eterogeneità (indotta dagli apporti genetici esterni) della popolazione sarda, e fenomeni come l'effetto fondatore (che si verifica quando piccoli gruppi di separano dagli altri) e l'effetto collo di bottiglia (originato da drastiche riduzioni della popolazione).
Raccontare la scienza come fa Sanna in questo libro, rigoroso ma nel contempo accessibile, è una dote preziosa, specie in un Paese, come l'Italia, i cui giornali pubblicano quotidianamente oroscopi ma non fanno altrettanto (a meno che non contengano una sufficiente dose di sensazionalismo) con le notizie scientifiche. Un Paese che, complice la scarsa diffusione della cultura scientifica, solo 68 (1938) anni fa seppe produrre una pagina ignobile come quella delle leggi razziali.
E in una regione, come la Sardegna, che pubblica (secondo stime Istat del 2005) solo 2 volumi di argomento scientifico su 100 stampati ogni anno, un editore come la CUEC, che sceglie di pubblicare un libro come quello di Emanuele Sanna, andrebbe incoraggiato.
D'altronde come restare insensibili al fascino di quella che, in fondo, è una porzione dell'affascinante avventura dell'Homo Sapiens.
In libreria. Cuec e Domus de Janas pubblicano due interessanti opere dello studioso sardo

Andrea Mameli

 

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