Nell’arco di dieci
mesi la collana “Scrittori sardi” edita dalla Cuec si è
arricchita di tre titoli significativi. Sono infatti comparsi
il poema De su tesoru de sa Sardigna di Antonio
Purqueddu, la Tragedia in su Isclavamentu di Giovanni
Delogu Ibba e il trattato Agricoltura di Sardegna di
Andrea Manca dell’Arca.
Si tratta di tre opere tra loro
diverse ma allo stesso modo utili per comprendere una pagina
importante della storia culturale e linguistica sarda. Il
poema del Purqueddu, per la prima volta pubblicato nel 1779,
si inserisce nel fecondo clima sviluppatosi nell’isola durante
la seconda metà del Settecento e che ebbe come punti di forza
la riforma degli studi, in particolare di quelli universitari,
e i progetti di “rifiorimento” economico sostenuti dal governo
piemontese. Fu una stagione, breve ma intensa, fatta di
vivacità intellettuale e di grandi speranze politiche.
Sarebbero seguiti gli anni travagliati di fine secolo, la
rivolta dell’Angioy, la sanguinosa repressione con una
conseguente “restaurazione” che precede di qualche lustro
quella europea.
De su tesoru de sa Sardigna, scritto in
sardo campidanese con versione italiana realizzata dallo
stesso Purqueddu è un poema didascalico che tratta della
coltura dei gelsi e dell’allevamento del baco da seta, ma
offre inoltre, in un ampio apparato di note, un quadro
documentato della situazione sociale ed economica nella
Sardegna del Settecento.
La Tragedia in su
Isclavamentu è, invece, un testo teatrale in sardo
logudorese che costituisce la settima parte dell’Index libri
vitae (1736) di Giovanni Delogu Ibba, un’opera articolata in
sette parti: le prime cinque contengono componimenti poetici
in latino, la sesta gosos in logudorese e la settima la sacra
rappresentazione relativa alla deposizione di Cristo dalla
croce.
Giuseppe Marci, curatore di questo come degli altri
due volumi, ha riproposto con cura filologica il testo e ha
realizzato la traduzione italiana, aggiungendo un’utile
informazione, contenuta nelle note e principalmente
riguardante le caratteristiche della lingua impiegata dal
Delogu Ibba. Non senza motivo: l’aspetto linguistico richiama
infatti la nostra attenzione sul lavoro di un autore che
dimostra competenza non solo per quanto concerne il logudorese
e le altre varianti del sardo, ma anche relativamente al
castigliano, al catalano, al latino e all’italiano. Tali
lingue variamente si intrecciano nell’opera e danno luogo a
risultati formali degni di interesse.
Il trattato
Agricoltura di Sardegna, pubblicato nel 1780, si
articola in cinque parti in cui si descrivono la coltura dei
grani, dei legumi e della vite e la preparazione e la
conservazione dei vini; successivamente troviamo un ampio
elenco degli alberi, degli arbusti, delle erbe e dei fiori che
crescono in Sardegna e, conclusivamente, le sezioni dedicate
all’allevamento delle api, dei bovini, dei cavalli, degli
asini, degli ovini e dei suini.
A differenza degli altri
due testi, questo trattato è scritto in italiano, ma al suo
interno compaiono numerosi vocaboli sardi (in certi casi per
la prima volta attestati) che definiscono le varie essenze
arboree, o le attività connesse al mondo agricolo e le specie
animali prese in esame. Si tratta di un utile repertorio che
giustamente l’edizione Cuec mette in evidenza proponendo in
chiusura di volume un glossario in cui sono compresi i
vocaboli sardi, anche quando abbiano subito un processo di
italianizzazione.
Pur nelle specifiche caratteristiche che
contraddistinguono il poemetto didascalico, la sacra
rappresentazione e il trattato, le tre opere contribuiscono a
fornire un ritratto compiuto e coerente della società sarda
nel corso del diciottesimo secolo, descrivono le tensioni
spirituali e intellettuali, una situazione culturale
tutt’altro che disprezzabile, soprattutto se raffrontata con
l’esiguità della popolazione e con le difficoltà economiche
patite sotto la dominazione spagnola e perduranti dopo il
passaggio dell’isola al Piemonte. Ciò che maggiormente
colpisce, e il curatore non manca di sottolinearlo, è la
vivacità del quadro linguistico proposto da scrittori che
vivono un momento in fin dei conti drammatico: quello del
passaggio dallo spagnolo, lingua consolidata da un uso
plurisecolare, all’italiano veicolato dal rapporto politico e
amministrativo col Piemonte. A differenza di quanto
comunemente si immagina (e ferme restando le posizioni di
coloro i quali, come il Manca dell’Arca, dichiarano di
considerare l’italiano alla stessa stregua del latino o del
francese, lingue “che solo s’imparano in parte colla
grammatica, uso e frequente lezione de’ libri, ma non si
possiedono appieno”), si delinea un contesto linguistico molto
articolato in cui gli autori sanno di poter impiegare nella
composizione delle loro opere almeno quattro lingue possedute
con sufficiente o buona competenza.
Il progetto editoriale
della Cuec prevede, tra l’altro, la prossima pubblicazione di
due titoli, Le piante (1779) di Domenico Simon, la
Moriografia e seriografia Sarda (1788-1789) di
Giuseppe Cossu, omogenei rispetto a quelli dei quali ci stiamo
occupano. Se verrà realizzato come previsto, nel volgere di
poco tempo potremmo avere nuovamente disponibili alcune opere,
forse le più significative fra quante sono state prodotte nel
corso del Settecento. A quel punto il lettore moderno potrà
entrare in contatto, in maniera diretta e aiutato da ampie
introduzioni e da un ricco apparato di note, con un universo
di problemi affascinanti e complessi che riguardano la storia
e l’economia, le vicende politiche, quelle culturali e
linguistiche. Soprattutto su tale aspetto converrà
conclusivamente richiamare l’attenzione. La pubblicazione di
queste opere può dare un contributo importante al dibattito
sulla lingua sempre vivo in Sardegna: può offrire, al di là di
ogni impostazione ideologica, la testimonianza di una
situazione caratterizzata da forte e consapevole
multilinguismo, con il sardo che esercita un ruolo non
trascurabile e le altre lingue portate nell’isola dalle varie
circostanze della storia, possedute e impiegate dagli
scrittori isolani, non senza apprezzabili esiti stilistici.
Giulio Paulis