Le radici degli scrittori sardi

Nuovi spunti al dibattito dalla riedizione di tre testi del Settecento

Si aveva sentore che in Sardegna si stesse a più mani compilando il novissimo tomo della ricerca letteraria sugli scrittori isolani, e con larghi capitoli dedicati alla riformulazione dei concetti di lingua, cultura e identità. L'incontro sul tema, appunto, «Lingua, Cultura e Identità degli scrittori sardi», concertato dal Consorzio per la Pubblica lettura Sebastiano Satta di Nuoro unitamente alla Cuec editrice e alla Fondazione Sardinia, e tenutosi il primo dicembre a Nuoro, ha reso tangibile ai convenuti questa sensazione, mettendoli a contatto con alcuni dei protagonisti di quel progetto. Il più recente capitolo del nostro metaforico e, ci si augura, corposo volume lo si deve infatti a uno dei relatori, Giuseppe Marci, che tra il 1999 e il 2000 ha curato per la Cuec tre opere del Settecento sardo, note, prima di tali riedizioni, presso un limitato uditorio di addetti ai lavori: «De su tesoru de sa Sardigna» di Antonio Purqueddu (1779); la «Tragedia in su isclavamentu» di Giovanni Delogu Ibba (1736) e il trattato «Agricoltura in Sardegna» di Andrea Manca dell'Arca (1780).
Ed è infatti uno scopo divulgativo quello che si accampa dietro le intenzioni del curatore e che presiede all'intera collana Scrittori Sardi dal medesimo diretta (la collana è produttiva dal 1996, con contributi che meriterebbero anche maggior attenzione, come il secentesco Canzoniere ispano-sardo). Tale divulgazione, ben inteso, non rinuncia all'allestimento critico dei testi, il quale costituisce la vera novità della ricerca letteraria dell'attività editoriale sarda di quest'ultimo decennio. Accanto, dunque, all'indagine critica e filologica, Marci ha inteso mettere in evidenza, e con particolare energia entro la cornice piacevolmente colloquiale dell'incontro nuorese, il taglio "politico" dell'operazione. La riproposta dei testi in termini divulgativi è funzionale al superamento di una "visione ridotta del passato e del presente sardo", in quanto quel rimettere in circolazione dà conto della varietà di ciò che in ambito letterario la Sardegna ha prodotto (varietà frequentemente e intenzionalmente occultata). Testimoniano di questa varietà la tipologia e la lingua delle tre opere presentate: Purqueddu si cimenta in un campidanese affidato all'andamento narrativo-espositivo dell'ottava; Delogu Ibba, entro la polimetria delle passioni sarde, usa un logudorese contesto di latinismi, italianismi e iberismi (una scelta che Marci ha definito "coraggiosa" ma che, per altro, potrebbe fare i conti con il costituzionale ibridismo dell'antica poesia sarda); e, infine, Manca dell'Arca affida il suo italiano or ora appreso, alla prosa di un trattato tecnico che nutre di termini sardi italianizzati (e questa può anche dirsi scelta temeraria).
Propositi e risultati del curatore non potevano trovare più degno supporto, oltrechè nel garbato e intelligente suturare del presidente del Consorzio S. Satta Anna Saderi, dell'intervento in apertura di Mauro Pala (valente comparatista affinatosi alle scuole statunitensi e tedesche), che, attraverso stimolanti confronti con le situazioni nigeriana e keniota, si è prodotto in una condanna appassionata di una visione "fissista" della storia e della memoria. Troppo spesso questa ha comportato l'integrale rimozione di un passato inevitabilmente contaminato in favore della costruzione di un passato mitico (non per niente la relazione di Pala richiamava nel titolo uno scritto di Sergio Atzeni, Nazione e narrazione, in cui l'autore cagliaritano enunciava un'idea persuasiva di "apertura" culturale, dove stratificazione e commistione vogliono dire complessità e dunque ricchezza).
Così, pare ormai indicata la via maestra che conduce a un relativismo storico-culturale e, quindi, estetico (ma si farebbe un grave torto alla verità dei fatti se a questo punto, qui, non si citasse il lavoro critico e filologico di Nicola Tanda). Relativismo che si rivela insostituibile antidoto contro il fraintendimento della produzione letteraria isolana, quando viene osservata dalla specola di poetiche assolutizzanti. Tanto più che, e non per un rozzo parallelismo tra milieu e prodotto letterario, Marci appoggia la propria riflessione su incontrovertibili dati della storia sarda del Settecento (limitatissimo numero di abitanti; assenza di contatti tra le piccole comunità sarde; condizione politico-economica disastrosa). La novità consiste nel monito a non scordare questo quadro di riferimento quando s'intende discorrere della letteratura prodotta, in quello e in altri periodi, in terra sarda.

Giancarlo Porcu