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Avvenire
del 13 settembre 2003
Satta, ecco il codice
del "Giudizio"
Torna,
nella versione conforme al testo autografo, il capolavoro in cui il
giurista-scrittore si misurò con i fantasmi di Nuoro, la sua città
natale
Il 25 luglio del 1970, a Fregene, verso le sei del pomeriggio,
Salvatore Satta, illustre giurista dell’Università "La
Sapienza" di Roma noto a qualsiasi civilista d’Italia per il
Commentario al codice di procedura civile, convocò tutti i fantasmi di
Nuoro, sua città natale, nello spazio dilatato della memoria. Fatto l’appello,
constatato che non vi erano assenti, iniziò a scrivere Il giorno del
giudizio. Lo avrebbe terminato due anni più tardi, il 26 novembre del
1972.
Storia della famiglia di don Sebastiano Sanna e di donna Vincenza, ma
anche storia di Nuoro e specchio dell’umanità, Il giorno del giudizio
è un romanzo intenso, duro, ricco di giudizi e di sentenze senza appello,
ritratto della forza e della debolezza dell’uomo. Se da una parte don
Sebastiano è un personaggio a tutto tondo, un attardato rappresentante
del secolo dei lumi "nutrito dalla certezza nel potere dell’uomo
sulle forze della natura", ha però anche tratti di estrema durezza
che si esprimono icasticamente nella frase ripetuta per anni alla propria
moglie "zitta tu che stai al mondo soltanto perché c’è
posto". Nuoro, la sua città, è "un nido di corvi", ma lo
è per lo stesso motivo per cui lo sono tutte le città del mondo: "c’erano
gli oziosi, i miseri e i ricchi, i savi e i matti, chi sentiva l’impegno
della vita e chi non lo sentiva, ma il problema di tutti era quello di
vivere, di comporre col suo essere lo straordinario e lugubre affresco di
un paese che non ha motivo di esistere. (...) Perciò non vi era odio, non
vi era amore, c’era la contestazione dell’altro, che diventava la
contestazione di sé stessi". Il giurista, insomma, aveva bisogno di
una sentenza che sancisse il senso delle cose a lui note, e la pronunciò:
"Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino
al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia
uno che ti accolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri
come in un giudizio finale".
Satta scrisse il suo romanzo su due agende. Successivamente me ricavò un
dattiloscritto, di cui affidò la battitura probabilmente a una persona di
fiducia, ma non proprio precisa e attenta. Poi morì, nel 1975. I
familiari decisero di pubblicare il dattiloscritto, mutando,
esclusivamente per ragioni di prudenza e di garbo, quasi tutti i nomi di
persona e di luogo in nomi di fantasia. La prima edizione a stampa uscì
dunque nel 1977, a Padova, per i tipi della Cedam, una casa editrice
specializzata in testi universitari. Passò quasi inosservata, finché
Francesco Mercadante la presentò alla casa editrice Adelphi che ne curò
la seconda edizione nel 1979: fu il successo internazionale che tutti
conoscono. Il romanzo è stato tradotto in sedici lingue e pubblicato in
diciassette paesi
A distanza di venticinque anni da quella data, esce ora l’edizione
critica dell’autografo, curata da Giuseppe Marci, professore di
Filologia italiana all’Università di Cagliari per i tipi del Centro di
studi filologici sardi e della Cuec di Cagliari (tel. 070/291077). È
finalmente possibile capire la genesi del romanzo. Satta, passando dalle
agende al dattiloscritto da cui derivano tutte le edizioni, fece modifiche
rilevanti al testo e Marci ne fornisce un totale ed esaustivo spoglio.
Ma l’immane lavoro di collazione realizzato dal curatore tra l’autografo,
il dattiloscritto e le edizioni Cedam, Adelphi e Ilisso (1999), svela
anche la natura e la quantità di numerosi errori introdotti nel
dattiloscritto e da qui passati nelle successive edizioni. Alcuni sono
macroscopici, come l’inversione dei capitoli XIX e XX. Altri meno
evidenti: le mirabili fonti di Nuoro, sono diventate nel dattiloscritto
miserabili e tali sono rimaste per tutti i lettori del romanzo, nonostante
nella stessa frase si decantino le loro "acque freschissime", la
"bianca e fine sabbia di Palma di seta", una spiaggia della
costa orientale, diviene "la bruna e fine sabbia": un marcatore
di bestiame, ossia una persona che marchiava buoi, cavalli e pecore,
diviene prima un mercatore e poi un mercante che in aperta campagna dà
indicazioni su un gregge rubato, cosa un po’ insolita, non solo nella
Barbagia dei primi del Novecento, ma a tutte le latitudini.
L’edizione dichiara un proprio limite, voluto dai familiari e accolto
dal curatore: i nomi dei protagonisti e dei luoghi non sono quelli
presenti nell’autografo ma quelli scelti allorquando si diede alle
stampe l’edizione Cedam. In fin dei conti, però, si tratta di una
censura veramente da poco, perché i nomi veri forse potrebbero servire a
un po’ di storia familiare e a qualche ulteriore pettegolezzo nuorese,
ma niente aggiungerebbero o toglierebbero alla sostanza delle cose.
Paolo Maninchedda
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