Cominciamo con tre A, con la prima lettera dell'alfabeto: ambiente, agricoltura e artigianato. E poi andiamo alla lettera P: pastorizia e petrolchimica. Per creare sviluppo dobbiamo radere al suolo la old economy, le ciminiere di Ottana e Portotorres? Uccidere tre milioni di pecore salvate dalla lingua blu? Insomma: la Sardegna di che cosa ha bisogno - new economy esclusa - per crescere, per accrescere la sua ricchezza, per ridurre il numero dei suoi disoccupati?
«La petrolchimica è quello che resta del tentativo di promozione dello sviluppo in Sardegna ma che non ha funzionato: portare cioè la grande industria da fuori con la speranza che la stessa generi la piccola e media tramite il suo indotto, diffondendo capacità intellettive e manuali. Questo schema non ha funzionato bene: la grande industria non ha attecchito in Sardegna, è un modello di sviluppo che ormai, nella convinzione comune, non è più perseguibile. Non di meno alcune cose sono rimaste: è rimasta la Saras, sono in piedi altre ciminiere, è rimasto valido un concetto di organizzazione industriale che prima non c'era. E ciò non va certo demolito, ma va tenuto, va tenuto stretto fino a quando produce profitto e non drena altre risorse. C'è una regola vecchia che dice: la moneta cattiva sciupa anche quella buona. Le risorse disponibili ormai sono poche ed è inutile continuare a sprecarle su modelli che non hanno dato i frutti sperati. No quindi alla demonizzazione ideologica della grande industria, della industria comunque, di quella che ha attecchito, che ancora vive in Sardegna: se questa è capace di vivere da sola, di reggersi sul mercato, se non di crescere almeno di continuare a vivere da sola, questo è un bene che dobbiamo salvaguardare».
- E il resto?
«Credo, come tanti, che il futuro della Sardegna non venga dalla grande industria. Viene anche da una di quelle A, dall'agricoltura che va a braccetto con la pastorizia o, se preferite, la zootecnia. I problemi di questa fine autunno sulla salubrità dei prodotti alimentari ci dovrebbero allarmare, far riflettere sul ruolo dell'agricoltura sana, di quanto si sia sbagliato nel farla andare alla deriva, nel non mettere al giusto posto i valori essenziali della nutrizione che invece è stata fin troppo disinvolta. I danni li stiamo constatando giorno dopo giorno per cui agricoltura e pastorizia dovranno avere un loro ruolo altamente positivo, dovranno svolgere un ruolo a valore aggiunto: agricoltura biologica, agricoltura sicura per l'uomo. Rimane la A importante dell'artigianato così come va seguita la piccola e media industria, due settori che possono essere vitali per l'economia dell'isola. Ma rimane, soprattutto, un'altra lettera dell'alfabeto, la T del turismo».
- Approfondiamo.
«Intanto parlo di un turismo che soprattutto salvaguardi l'ambiente. Ogni volta che costruiamo una casa dobbiamo pensare che stiamo consumando un pezzettino d'ambiente e che non è più riproducibile. Credo che stiamo trattando l'ambiente, ancora oggi, con troppa leggerezza. Le nostre coste, il nostro patrimonio naturalistico che tutti ci invidiano, lo stiamo offendendo. I turisti cercano gli spazi liberi, ampi, naturali, non inseguono la casa, le case, il cemento. Quel patrimonio lo utilizzi solo una volta, one shot, un colpo e basta. Credo che la cautela, nella salvaguardia del bene natura, non sia mai troppa. E che di questa cautela ce ne sia pochina, in Sardegna. Non voglio citare nessuno. Da poco ho sentito un amministratore, di una certa città della Sardegna, e diceva: facciamo un altro porto turistico, ma facciamone anche due, e se un imprenditore ha un progetto facciamone anche tre. E poi? E poi è finito. E ai nostri figli che cosa lasciamo? Banchine in cemento armato. Hai risolto un problema di occupazione edilizia per due, tre anni. E poi? Poi lasci la miseria. Noi oggi abbiamo una risorsa enorme. La cautela, sulla salvaguardia ambientale, non sarà mai troppa. Io sono molto preoccupato. Da una parte non si è data l'attenzione che l'Aga Khan avrebbe meritato - è stato una garanzia di qualità altissima. Dall'altra si vuol rimediare a quell'errore con un errore ancora più grave che è quello di esagerare con la fretta, dimenticando che l'ambiente è una risorsa irriproducibile. Ripeto: ogni pezzo di natura cancellato lo stiamo sottraendo ai nostri figli».
- Lei parla di qualità dell'ambiente: dev'esserci qualità anche negli arrivi dei turisti, sulla qualità delle loro presenze? La bellezza non si può svendere, va fatta pagare.
«Non mi riferisco a un turismo di solo censo. Ma concordo su un fattO: la bellezza è delicata e va perciò salvaguardata. Salvaguardo Cala Luna se la faccio invadere da decine di migliaia di visitatori, per di più poco rispettosi dell'ambiente? Salvaguardo la spiaggia rosa di Budelli? No, queste perle e tutte le altre non possono essere soverchiate da una frequentazione eccessiva. Giocoforza dobbiamo valutare questo fenomeno di massa. Vorrà dire che le persone anziché stare due settimane soggiorneranno in Sardegna dieci o sette giorni. È quindi giusto che sia perseguito un turismo che non tenda a massimizzare il numero delle presenze, quanto piuttosto sia in grado di distribuire reddito per le nostre popolazioni lasciando intatto o quasi il regalo che la natura ci ha fatto. Distrutto l'ambiente, non ha senso sbarcare in Sardegna, tanto vale spendere di meno sulla riviera romagnola».
- Posizione chiarissima. E possiamo passare alla new economy.
«Un'altra cosa sulla quale punterei assolutamente - perché penso che sia una manna scesa dal cielo, un regalo arrivato improvviso sulla Terra per regioni, per isole marginali come la nostra - è la Rete. La rete ha una cosa di buono: permette - è banale ricordarlo - dei contatti eccezionali. Il cinquanta per cento di tutte le merci, beni e servizi che ogni giorno vengono venduti nel mondo occidentale rappresentano beni e servizi che possono essere trasportati sulla rete. Quindi il cinquanta per cento dell'economia può essere immesso in rete, anche in Sardegna, come il qualsiasi altra parte del mondo. Questo cinquanta per cento dell'economia che può essere trasportato sul cavo, usa i bit e non consuma materia, non consuma terra, non consuma foreste, non consuma né acqua né spiagge, non brucia risorse naturali, è assolutamente rispettoso dell'ambiente. La rete ci permette di focalizzarci su un tipo di imprese - non solo quelle che vendono servizi di rete - ma anche le agenzie pubblicitarie che possono offrire i servizi in rete, anche i commercialisti, i call center, le società di ingegneria. Questi sono servizi neutri per l'ambiente. Allora questo è un tipo di industria, di attività che sta benissimo nel nostro bel territorio. E allora: agricoltura (quella ambientale, realmente biologica), turismo (quello che rispetta l'ambiente, quello che non deve essere confuso con l'attività edilizia, turismo che non consuma risorse ma le arricchisce, un turismo che guarda non solo alle spiagge ma alla nostra cultura, al nostro patrimonio archeologico e artistico, al nostro sapere artigianale che va rivisitato), industria che produca e non che bruci ricchezza, industria che funzioni anche in rete e che non è succube dell'isolamento. Ecco: con la new economy io vedo queste altre tre gambe che possono stare bene insieme sotto lo stesso sgabello e sono agricoltura, turismo, industria media e piccola. La grande industria? Teniamola, ma deve essere attenta, rispettosa del territorio nel quale esercita la sua attività. Da poco ho sentito il professor Giovanni Lilliu che ricordava la Saras, parlava dei nuraghi attorno e sopra Sarroch, e ci diceva che i sardi navigavano, e che lì, dove oggi c'è la Saras, arrivavano le ceramiche micenee. C'è la Saras e ci sono i nuraghi. E se fossero stati distrutti? Attenzione quindi. Credo che l'era di Internet possa dare un volto nuovo, più moderno alla Sardegna».
- Dottor Soru: ma nel mondo di Internet occorre essere istruiti, competenti.
«Le competenze sono la ricchezza di oggi. Mille anni fa erano l'oro o il ferro sottoterra, il carbone. La ricchezza di oggi sono le conoscenze. Le risorse naturali puoi anche non averle nemmeno sotto terra, da una parte ci sono, dall'altra no, il petrolio non è dovunque. Al massimo ti puoi lamentare. Le risorse di oggi, invece, te le puoi creare: con l'applicazione, lo studio, la competenza. Le risorse ce le dobbiamo creare noi: aprendo università più belle e più efficienti, frequentandole di più, studiando di più. C'è un altro fatto epocale: la povertà non è più una condanna, prima era data dalla natura, oggi la povertà o la ricchezza appartiene alla nostra volontà».