L'Unione Sarda del 3 ottobre 2003


Puntare sull’autonomia della cultura sarda "nazionalitaria" rispetto a quella italiana


Un’odissea de rimas nobas.Verso la letteratura degli italiani: un bel titolo per un bel libro. Da poco in vetrina, è firmato da Nicola Tanda e pubblicato da CUEC. Raccoglie alcuni degli scritti che riguardano il coesistere e l’interagire di più sistemi linguistici e letterari in situazioni geografiche e storiche specifiche. Il modello semiotico e storiografico che propongono si basa su categorie concettuali messe recentemente a disposizione dalle scienze umane, le quali suggeriscono, e forse impongono, un nuovo metodo di studio, almeno relativamente alla lingua e alla comunicazione letteraria, specie se bilingue o plurilingue come in Sardegna e altrove in Europa e nel mondo.
Sono interventi presentati da Tanda e da altri illustri relatori in e fuori dalla Sardegna; e anche fuori dalla penisola. Un ruolo centrale occupa, nel volume, il saggio Uno statuto per la letteratura sarda. Prendendo come primo termine di paragone lo statuto speciale della Regione Sardegna, l’intervento afferma l’autonomia della cultura nazionalitaria sarda rispetto a quella nazionale italiana. Più semplicemente: mette insieme, in prospettiva federalistica, le varie tessere delle letterature regionali che costituiscono il grande puzzle della letteratura degli italiani.
Gli altri interventi (Dalla letteratura italiana alla letteratura degli italiani; Verso il bilinguismo letterario: la narrativa in Sardegna dall’oralità alla scrittura; La nuova poesia bilingue in Sardegna; Lingua sarda e autonomia culturale; Letterarietà e lingue: ambiti emergenti di codificazione e circolazione letteraria plurilingue, e L’esperienza del Ciad) fondano il loro assunto su riflessioni, rielaborazioni teoriche e orientamenti del pensiero e della ricerca che hanno attraversato in forme diverse tutto il Novecento.
Il più suggestivo di questi saggi sembra, anche dopo un’attenta rilettura, quello sulla nuova poesia bilingue in Sardegna. Si immagina, leggendolo, un Nicola Tanda ermeneuta e speleologo che fruga tra montagne di carta perché a chi si esprime o si sia espresso per iscritto, venga riconosciuto il diritto della nominazione. Quella nominazione che insieme alla creaturalità costituiscono per Mario Luzi il fondamento della poesia e della vita stessa. Se uno non ha un nome nessuno lo può chiamare, nessuno lo può sentire: è meno che niente. Uno che ignora cosa voglia dire rispondere, cessa di essere creatura. Ecco, Nicola Tanda ha chiamato a raccolta tutti quelli che hanno scritto e scrivono in Sardegna, indicandoli per nome, senza badare al loro linguaggio, anzi incoraggiandoli ad usarlo.
Del resto Nicola Tanda dentro questa umanità c’è da sempre: da quando si laureò in Lettere a Roma con maestri di vita come Natalino Sapegno e Giuseppe Ungaretti; e in tutta la sua carriera conclusa come docente di Letteratura e Filologia sarda allUniversità di Sassari. Come Direttore editoriale delle collane Biblioteca di Babele (Edes) e Scrittori sardi contemporanei (Delfino editore), come membro dell’Osservatorio della lingua e della cultura sarda, e come presidente del Centro di Studi Filologici Sardi, può avvalersi attualmente di un osservatorio privilegiato per indagare dentro il labirinto di quella letteratura regionale, a volte impraticabile, che è stato in fondo il percorso di una vita. Forse è per questo che il libro è bello, anche se difficile. Difficoltà che si pone come contraltare a tutto ciò che è troppo semplice e scontato. E da questa dimensione il professor Tanda ha sempre preso le distanze.

Franco Fresi


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