La fatica di restare paese

Come si fa a restare paese quando i paesi rischiano di non esistere più? La domanda riguarda un buona parte di quei comuni della Sardegna interna che a partire dagli anni Sessanta hanno inesorabilmente incominciato a vedere partire o diminuire i loro abitanti. E prima di questi erano stati l’ufficio postale ad andar via, la guardia medica, persino il negozio di generi alimentari. Talvolta anche la scuola. Comuni che sono in gravi condizioni di salute. E per Armungia, comune del Gerrei nella Sardegna sud-orientale la cui situazione di comune collinare è aggravata dalla localizzazione in un’area che dista più di trenta chilometri dai centri urbani, restare paese è una scommessa quotidiana.
Il caso di Armungia è quello analizzato da Felice Tiragallo in Restare paese. Antropologia dello spopolamento nella Sardegna sud orientale, Cuec, pp.223, lire 29 000 Cuec. Un paese che ha visto sparire nel giro di una o due generazioni i suoi abitanti, che smarrisce il rapporto con il territorio e con i luoghi che fino al giorno prima “erano” il paese e che cerca di riafferrare in qualche modo un senso che si perso, è in realtà uguale a quello di tante altre armungie esistenti in Sardegna, sottolinea Giulio Angioni nella sua presentazione.
Le tante armungie sono appunto paesi che rischiano di non esistere più. Non solo perché si sono svuotati di persone, di abitanti risucchiati tra i flussi migratori e la denatatalità ma soprattutto perché la perdita dell’identità di luoghi in cui si producevano risorse per la sopravvivenza della comunità, si è tradotta nell’indebolimento di una rete di relazioni sociali smagliata dai ganci del modello di vita urbano.
Se guardiamo la storia della Sardegna e dei suoi villaggi nell’ottica del lungo periodo vediamo che in realtà la lotta per restare paese è sempre stata costante ed estenuante. E che in passato si giocava in una dinamica di espansione/concentrazione dei confini fisici e territoriali del paese in proporzione con il numero dei suoi abitanti e quindi delle bocche da sfamare. Il nemico era il cattivo raccolto, la carestia, le pestilenze e certamente anche le tasse, pagate in natura e sempre calcolate in base alla semina e non al raccolto.
Anche Armungia ha conosciuto queste “lotte” e anche Armungia si trova oggi a fare i conti con il fatto, come dice Bachisio Porru, sindaco di Olzai, che “un vecchio sistema sociale “ è andato in pezzi. Armungia però non è solo una delle tante armungie ma è anche il paese di Emilio Lussu che pur avendo una visone arcaica ed idilliaca della comunità armungese che è stata ed oggi non è più, ha comunque modellato nella coscienza dei suoi abitanti una consapevolezza civile e politica, un senso di appartenenza e di valore del paese - che continua ad essere il paese di Qualcuno - che non tutte le armungie hanno.
Un valore paese che si rivela importante in quella sfida quotidiana per rimanere tali e non soccombere. Ma cosa dà valore a un paese? Come si fa a rimanere paese? Tiragallo ha cercato di intravedere il modo in cui Armungia e i suoi abitanti adottano delle strategie in tale direzione, convinto che sia possibile anche una lettura non tragica e apocalittica degli esiti della modernizzazione nel mondo rurale. Per individuare queste strategie lui, antropologo formatosi alla scuola di Michelangelo Pira, è andato a vedere le dinamiche matrimoniali : con chi si sono sposati e con chi sposano oggi gli armungesi e soprattutto le armungesi? Dai dati della ricerca di Tiragallo risulta infatti che sono state le donne le grandi protagoniste del cambiamento delle abitudini matrimoniali. Abitudini che limitavano la scelta del coniuge, non solo ad Armungia ma in tutti o quasi i villaggi della Sardegna, ai compaesani preferibilmente vicini di casa. Sono state soprattutto le donne ad inaugurare in modo forte e visibile la nuova abitudine di sposarsi fuori dal paese.
Perché comunque è fuori dal paese che le donne armungesi si sono qualificate professionalmente accedendo a lavori e a professioni non praticabili ad Armungia. Questo significa anche che chi è rimasto o chi rimane, siano donne o uomini - e oggi Armungia raggiunge faticosamente la soglia dei 500 abitanti, limite considerato dai demografi come unità minima di popolamento per non perdere la capacità riproduttiva - deve avere un buon motivo per desiderare di rimanervi. E se prima si partiva perché non c’era lavoro oggi non basta un lavoro qualsiasi a trattenere gli abitanti, ci vuole di più . Ci vuole un valore aggiunto che conferisca qualità alla vita che si conduce nel paese, qualità di vita fatta non solo della buona aria della campagna ma sopratutto di quei servizi indispensabili per la vita civile che la mannaia della razionalizzazione amministrativa degli anni Novanta ha falcidiato senza pietà.
Però la scommessa per restare paese non la giocano solo coloro che hanno scelto di restare ad Armungia - e Tiragallo insiste sulla parola scelta per uscire da quella logica deterministica che impedisce di accedere alla dimensione soggettiva dei motivi che spingono le persone all’azione al di la dei grandi motori economici e politici del cambiamento. La scommessa riguarda anche coloro che hanno scelto di andare via ma che ad Armungia ritornano appena possono, si costruiscono magari una grande casa disabitata e finita a metà per gran parte dell’anno ma presente a simboleggiare nel paese anche la presenza di chi è solo momentaneamente assente.
Forse si dovrebbe ripensare al concetto di abitante perché gli abitanti di Armungia non sono solo quelli che vi risiedono stabilmente - le 500 unità dei parametri demografici - ma sono anche quelli che sono andati via ma non vogliono perdere il legame con il paese. Armungia continua ad esistere anche fuori da Armungia, “ ha costruito un suo doppio fuori dalla spazio conosciuto”. Vicini o lontani, nel nord dell’Italia o a qualche decina di chilometri di distanza -cosa sono poi oggi le distanze se come dice il sindaco Linetta Serri «Armungia è sul mare» - gli armungesi continuano a sentirsi legati al loro paese e tentano di elaborare nuove strategie per continuare a rimanervi dentro anche quando vanno fuori. In questo nuovo scenario i paesi non si riproducono più in un territorio segnato da confini fisici ma estendono i loro reticoli riproduttivi al di fuori di questi confini.

Francesca Giraldi