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Nuova Sardegna 29 giugno 2002 Diario da un lager tedesco di un finanziere sardo Il 12 settembre del 1943, a Saint Gingolph, un paesino sulla sponda francese del lago di Ginevra, Arturo Ricci, capitano d'una compagnia di militari italiani affiancata alle truppe tedesche di occupazione, riunisce i suoi uomini, schierati a quadrato e lascia loro dieci minuti di tempo per decidere se andare a combattere alleati dei tedeschi e "per questi io mi interesserò, mentre gli altri li lascerò nelle mani dei tedeschi". Passano i dieci minuti e dalle righe, di 185 uomini, uscirono solo in tre, due brigadieri e un finanziere. Inizia così, dalla fine di quei dieci minuti, la storia dell'internamento in Germania della guardia di Finanza Pietro Tola, nato 38 anni prima a Thiesi e sposato con Laura Magnani, lasciata a Faenza col figlio Salvatore. Degli avvenimenti e dei propri pensieri, Tola aveva preso l'abitudine di scriverne su un taccuino, un po' per amore dello scrivere, come esercitazione di un percorso d'emancipazione culturale nel quale s'era impegnato, dopo lasciato il paese, già dai primi anni d'arruolamento a Trieste, e un po' per lasciare un segno alla memoria di quello che gli capitava. E quanto più i fatti della storia s'ingarbugliavano e la sorte personale diventava incerta, tanto più il quadernetto, a cui se ne aggiunse un altro, si riempiva d'appunti e di riferimenti ai luoghi e ai fatti, tanto da divenire un preciso resoconto dei ventidue mesi che l'avrebbero separato dal ritorno a casa. I figli Salvatore e Giovanni pubblicano ora quel diario ("Il lager nel bosco", Cuec, Cagliari, euro 10,50) e lo compongono accompagnando la trascrizione con inserzioni di testo in corsivo, a loro cura, che uniscono alle note del padre le informazioni necessarie per capire il contesto storico e i luoghi nei quali si svolge la prigionia. Aggiungono, anche, la storia della famiglia Magnani e della madre Laura, che nell'Italia occupata, in Romagna, vivono le vicende dell'occupazione tedesca, della resistenza partigiana, dell'avanzata degli alleati e poi della tragica ritirata tedesca. Ne viene nell'insieme una storia a più registri paralleli, forse unica nel suo genere, che racconta di persone e di guerre, di famiglie separate e di popoli derelitti. Alla fine, al racconto di Pietro che attraversa una Germania ancora fumante degli ultimi bombardamenti ("Potei vedere a quale punto era arrivata la situazione di quei tedeschi che sembravano destinati a dominare tutti e tutto: vidi donne e bambini, e anche qualche uomo, tendere la mano agli americani per ottenere una scatoletta, un pezzo di pane, qualche indumento per coprirsi") e cerca con gli altri reduci un qualche mezzo per rientrare in Italia, s'unisce la ricostruzione della ritirata tedesca sul fronte del Reno (e nei pressi d'un altro fiume Reno si svolge la lunga prigionia di Pietro) accompagnata da stragi e distruzioni di cui sono testimoni i Magnani e la moglie Laura. L'intento annunciato dai curatori del diario, premesso da una partecipata presentazione di Manlio Brigaglia, è quello di offrire un materiale di conoscenza ai giovani e uno strumento didattico agli insegnanti. La soggettività della storia di Pietro è parte d'una storia di quasi 12 milioni di uomini di tutte le nazionalità, costretti al lavoro forzato nella Germania nazista, privata di buona parte dei suoi maschi in età lavorativa perché mandati al macello della guerra in altre terre, che solo da qualche tempo sta venendo lentamente alla luce, senza altra pretesa se non quella di far parte della memoria di tutti. Storie di milioni di uomini e storie di singoli. La guardia di Finanza Pietro Tola aveva convissuto, partecipato, e forse troppo, col fascismo prima della guerra perché quella era la società che gli era dato vivere. Ancora nella guerra vedeva come nemici "ribelli" i francs tireurs della resistenza francese che ne mettono in pericolo la vita, per poi ritrovarsi ad essere prigioniero insieme a loro e maturare nell'avversione alla guerra, l'avversione al fascismo e a ogni regime autoritario. Rigido nel senso del dovere e dell'onore, mortificato dalla distruzione della sua patria, deciso a rivendicare il giusto, aveva scritto in quei lunghi mesi esercitando nello scrivere l'unica libertà che gli restava. Lasciando un segno per la memoria. Non meno di altri deportati sardi che segnavano su un pezzo di carta i nomi delle stazioni e dei luoghi che incrociavano, nell'andare dei carri bestiame che li trasportavano, con l'idea di farne memoria per il ritorno. Quando la guerra ebbe fine, raccontano i figli Giovanni e Salvatore, il padre cercò molti degli altri 182 che come lui avevano rifiutato di combattere coi tedeschi dopo l'8 settembre, per denunciare il comportamento del capitano Ricci. Non per vendetta ma per affermare il diritto alla memoria di chi era stato nel giusto e cancellare l'ignavia e l'irresponsabilità. Ma i suoi compagni facevano di tutto per cancellare il dolore che avevano attraversato. E la memoria. Diritto di cancellare che è dato ai singoli ma non ai popoli e agli stati. Simone Sechi Vai alla scheda |
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