L'Unione sarda 21 settembre 2002

Il ritorno dall'inferno del lager nel bosco 

Tra i libri che ci si porta appresso in vacanza, e di cui resta quasi lo stesso sapore dell’estate ormai trascorsa, ne capita ogni tanto qualcuno "fuori stagione", che alla fine della lettura lascia il segno. È il caso di un’opera da poco in vetrina, Il lager nel bosco, straordinario libro di Pietro Tola curato dai figli Giovanni e Salvatore, presentato da Manlio Brigaglia e pubblicato dalla Cuec a Cagliari. Si legge come un giallo senza troppi intrighi, ma che assicura un buon tasso di "fiato sospeso". E che non ha bisogno di espedienti per una trama che si è tracciata da sola già dal lontano 1943 andando a finire, giorno per giorno, in un diario in diretta. Pietro Tola lo ha scritto su un taccuino e su altri pezzi di carta di ricupero nel solco amaro della sua vita di prigioniero in Germania. Il diario, arricchito dai curatori con notizie storiche parallele alle annotazioni dell’autore, diventa anche un libro di testo, un libro di educazione per i giovani. È lo stralcio di circa due anni dalla vita di un uomo.
Nato a Thiesi nel 1905, Tola non ancora ventenne si arruola nel Corpo della Guardia di finanza. Conosce a Faenza, dov’è stato destinato, Laura Magnani con la quale si sposa, nel 1939, e ha un figlio, Salvatore. Quella breve tregua, nella vicenda mai del tutto serena della sua vita, sarà uno dei più bei periodi della sua esistenza: nato da una famiglia di contadini-pastori, Pietro Tola trova in terra di Romagna, dove l’economia agricola è fiorente e la gente cordiale e aperta, appagamento ad ogni sua aspirazione. Ben accolto dalla famiglia Magnani, che vive in una bella casa padronale chiamata la Ca’ Rossa, in un podere lungo l’argine destro del fiume Senio, a qualche chilometro da Lugo e Solarolo, fa servizio in una distelleria. Trasferito ad Imola e poi a Cremona, dove si stabilisce con la famigliola, gode intensamente il suo paradiso ben sapendo che la guerra, da un momento all’altro, avrebbe buttato sul tavolo del suo destino carte per una partita dall’esito incerto.

È mobilitato nel 1942, e viene assegnato alla legione di Torino, a disposizione della Commissione italiana di armistizio con la Francia e inquadrato nei reparti armati che fiancheggiano le truppe tedesche nel controllo delle zone occupate da Hitler sin dal 1940. Destinato a Saint Gingolph, piccola villaggio sul lago di Ginevra, Tola inizia il suo calvario non diverso da quello di molte migliaia di italiani: in seguito all’armistizio firmato dall’Italia con gli anglo-americani, i nostri soldati che erano stati affiancati a quelli tedeschi vengono fatti prigionieri dagli ex alleati che si sentono traditi. Davanti alla scelta fra combattere a fianco dei tedeschi contro il governo Badoglio e la prigionia, Pietro Tola sceglie quella di prigioniero-lavoratore in Germania.

Il diario di Pietro Tola inizia a questo punto. E segue l’iter di tre viaggi che allontanano i prigionieri da Saint Gingolph: il primo verso nord-ovest, fino a Lione; il secondo verso nord, dentro il cuore di una Germania incattivita dalla delusione di non essere riuscita a chiudere il conflitto con una guerra-lampo, attraverso vari campi di concentramento: Forbach, Homburg, Musbach, Ludwigshafen, Heidelberg, Heberbach. Le tappe del terzo viaggio puntano verso il sud (Heielbronn, Weinsberg Hossunsulz, Stoccarda). Saranno quelle del ritorno, della frenetica speranza nel ricongiungimento con la moglie e il figlio amatissimi, religiosamente pregato e richiesto con fede profonda alla Madonna di Montenero della quale Pietro Tola, uomo duro e non certo baciapile (proprio per il suo carattere deciso e il grande senso della giustizia in famiglia veniva chiamato su giustiscieri, il giustiziere), era devotissimo.

Più sensibile di altri per essersi inculturato durante i primi anni di arruolamento, obbedendo ad una sua innata sete di cultura, Tola soffre del disagio affettivo imposto dalla prigionia più che delle sofferenze fisiche. Questo stato d’animo trapela dalle pagine del diario. Ogni situazione è presentata in modo scarno, ma puntuale. Sottolinea i patimenti e le umiliazioni subiti in questi due anni interminabili: i maltrattamenti fisici e psicologici lnflitti dai guardiani-aguzzini; la fame che scioglieva la carne come cera e costringeva tutti a raccogliere - con pericolo di essere uccisi dai contadini - patate e rape dai campi abbandonati; il pericolo dei continui bombardamenti che radevano al suolo le baracche sovraffollate; il freddo che aggrediva senza pietà i corpi coperti di stracci.
Del bosco di Musbach, che dà il titolo al libro e dove Pietro ha lavorato dal novembre del 1943 fino alla Pasqua del 1944, parla quasi con gioia: lì ha ritrovato, anche se temporaneamente, le antiche attività della sua dolce terra lontana, ha vissuto tra le piante come tra esseri viventi che con il loro respiro rendono l’aria meno fredda.
Il diario di Pietro Tola termina a Weinsberg nel giugno del 1945. Le sue parole si rivitalizzano nella speranza del rimpatrio che già si configura come una realtà. Anni dopo lo completerà proprio col racconto di questa realtà. Il ricongiungimento con la famiglia non ha data: esiste solo il foglio matricolare che documenta il passaggio del Brennero, il confine tra l’Austria e l’Italia: 30 luglio del 1945. Tola troverà una terra devastata. Le belle campagne di Romagna e Lombardia tutte un deserto; la Ca’ Rossa distrutta, pietra su pietra. Ci arriverà al limite delle forze dopo giorni interminabili su tradotte sgangherate. All’oscuro della sorte toccata ai suoi cari, non avrà neppure il coraggio di chiedere di loro a qualcuno che, vedendolo procedere faticosamente a piedi verso Solarolo, gli dà un passaggio su un motofurgone. Sarà un impiegato del Comune, vedendolo scendere dal motofurgone all’entrata del paese e riconoscendolo, a dirglielo prima che lui riesca ad articolare una domanda: "Sono vivi!".

"Piano piano, con l’aiuto morale e materiale della cara Laura, riprendemmo a vivere rifacendo pezzo per pezzo la nostra vita e mettendo assieme le nostre cose perdute". Con queste parole che testimoniano la ferma volontà di riprendere in mano la propria vita e quella dei suoi cari si chiude il diario di Pietro Tola. Parole di uno che non crede nella sconfitta: e che ha sperimentato quanto sia necessario, per sfuggirle, credere nel valore della famiglia e nell’aiuto di Qualcuno che non si svela ai nostri occhi ma che lascia dei segni lungo il nostro cammino perché possiamo conoscerlo e seguirlo.


Franco Fresi


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