Da L'Unione Sarda Venerdì 5 gennaio 2007
 

In libreria. Cuec e Domus de Janas pubblicano due interessanti opere dello studioso sardo
Salvatore Tola, l’inventario dell’identità
Dal primo Medioevo a oggi un’analisi puntuale della letteratura, della lingua, della cultura sarda


I due nuovi libri di Salvatore Tola, La Letteratura in Lingua sarda. Testi, autori, vicende, edito dalla Cuec, (560 pp. 28 euro) e 50 anni di Premi letterari in lingua sarda, pubblicato da Domus De Janas (320 pp.18 euro) sono due opere di cui in Sardegna si sentiva la mancanza. Il primo rappresenta la naturale evoluzione di una fondamentale intrapresa culturale di Manlio Brigaglia che nel 1975 diede l’avvio alla collana Il meglio dei grandi poeti in lingua sarda pubblicata dalle Edizioni Della Torre e ancora sul mercato. Il secondo è l’inventario del mondo, vario e vivace, di tutte le occasioni in cui poeti e versificatori s’incontrano (e si scontrano) in Sardegna da mezzo secolo. In vetrina da qualche giorno, i due nuovi libri rappresentano anche la tappa più avanzata delle fatiche di storiografia letteraria di Tola, scrittore noto e conoscitore profondo di ciò che si studia e si produce nell’isola. Le due opere erano già in nuce da molto tempo in alcune delle sue pubblicazioni precedenti, come “Gli anni di Ichnusa”, Etiesse e Iniziative Culturali, Pisa-Sassari ’94; “La poesia dei poveri. La letteratura in Lingua Sarda”, AMD, Cagliari ’97; e “Benénnidos Sos Poetas”, pubblicato nel ’99 dalla Istituzione Cultura e Società della Provincia di Sassari. Nelle 550 pagine di questa Letteratura in Lingua sarda, l’autore è riuscito a seguire con acuta attenzione, non priva di una certa tenerezza, gli stati d’avanzamento delle esperienze espressive in lingua sarda dalla sua nascita nel primo Medioevo all’attuale punto di sviluppo. Tola ne ha auscultato i primi battiti, registrato le confuse formazioni di termini e cadenze, retaggio di parlate preromane che possiamo lecitamente immaginare di origine nuragica: riconoscendone, quindi, le due radici di fondo, quella nuragica e quella latina. E annotando, per dovere di studioso, la perplessità di Dante (secondo il quale, nel De vulgari eloquentia, i sardi parlano imitando il latino così come le scimmie imitano l’uomo). Tola l’ha seguita poi nel lungo momento della sua latinizzazione attraverso modelli linguistici rustici e irti di lasciti del greco, dell’arabo, del germanico.
La svolta avviene intorno ai primi decenni del Mille, quando si iniziò a usare il sardo come lingua dei documenti ufficiali dei Giudici e della Chiesa; e fino alla sua codificazione nei condaghes, in cui, anche in aree lontane una dall’altra, si avverte quella che Wagner chiama «l’originaria unità della lingua sarda». Dalla «porta aperta alla letteratura », come chiama i condaghes, Tola prende l’avvio per arrivare a quella evoluzione della lingua sarda che, contaminandosi positivamente con quelle dei conquistatori catalano-aragonesi, si frammentò in tanti linguaggi locali, primi fra tutti il campidanese e il logudorese, creando così una prima situazione di plurilinguismo. È nel Quattrocento che, seguendo il puntuale excursus di Tola, possiamo considerare l’avantieri della situazione attuale della lingua sarda: già da allora, e soprattutto sulle ali dell’oralità, la poesia sarda individua una linea di sviluppo che si avvantaggia nei confronti di altre forme letterarie, anche perché già dal Cinquecento autori di testi di narrativa e intellettuali di altro genere scelsero per le loro opere le lingue d’importazione. Cinquecento e Seicento segnano nell’isola un momento importante, anche se lo spagnolo andò diffondendosi con istituzionale capillarità. Fu soprattutto quella che possiamo chiamare la letteratura religiosa, su legendariu, sas vidas dei santi, sos cantos, le Gobles algheresi a condurre a salvamento la lingua sarda fino a quel Settecento che possiamo considerare il suo ieri. Nel 1720 la Sardegna passa dalla dominazione iberica (e poi austriaca) a quella piemontese. E sebbene le lingue ufficiali restassero essenzialmente quella castigliana e in parte l’italiana, il sardo venne riconosciuto lingua naturale del regno. Sopravvisse così, col suo dignitoso blasone, ma con scarso potere, negli spazi angusti e turbolenti che la società stessa apriva fra castigliano e italiano, fino a trovare campo fertile nell’Arcadia sarda che avrebbe spinto utili brezze di fecondazione creativa dentro il cuore convulso e autonomisticheggiante dell’Ottocento. Partendo dalle prime forme letterarie sardo-latine, soprattutto giuridiche e amministrative, degli inizi del Mille, Tola ci presenta, con straordinaria lucidità, nomi di autori, valutazioni critiche e brani di opere che arrivano fino ai giorni nostri. Censisce, con i poeti, gli autori teatrali e i traduttori per concludere il suo viaggio con i narratori, oggi in sensibile aumento.
Nel secondo libro, 50 anni di premi letterari in lingua sarda, racconta «un pezzo di vita», della sua vita, partendo dal suo primo inserimento nella giuria del Premio Ozieri e via via in altre dei tanti premi che iniziarono a pullulare in Sardegna dagli anni Settanta in poi. Gli spunti di riflessione che emergono dalle 88 pagine dell’introduzione sono molti: anche perché danno, per la prima volta in Sardegna, una valutazione puntuale e argomentata dei premi letterari sardi, delle virtù pubbliche e di qualche vizio privato. Ma almeno due meritano di essere sottolineati. Il primo: Tola, continentale di nascita, ma innamorato della cultura della Sardegna, aspira a viverci e a lavorarci. Il secondo: in sede di bilancio Tola si discosta dai denigratori che vedono nella quantità dei premi un pericolo per la qualità; lui, è d’accordo con altri come Giovanni Maria Cherchi, politico e poeta, sicuro che «in questo processo di aperture e di libero incontro si è venuta precisando la stessa consapevolezza della nostra identità di sardi».

Franco Fresi

 

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