Da La Nuova Sardegna Venerdì 5 gennaio 2007

La letteratura in lingua sarda dal Medioevo ai nostri giorni
L’avventura comincia con l’inizio dei Giudicati, prosegue con poeti e narratori del ’500 e del ’600 Oggi riemerge il senso dell’identità

Si dice spesso: di un libro come questo ce n’era bisogno. Di questo «La letteratura in lingua sarda» di Salvatore Tola, edito dalla Cuec di Mario Argiolas (560 pagine, 28 euro) c’era bisogno davvero. Non perché manchino opere che abbiano provato a fare una sintesi della lunga storia di questa lingua “carsica” che è il sardo, destinato di tempo in tempo a scomparire quasi sotto la crosta dei secoli e poi a riemergere, talvolta anche impetuoso: basta pensare, senza andare troppo indietro, ai lavori di Giovanni Pirodda, di Nicola Tanda e da ultimo di Giuseppe Marci. Ma Tola ha voluto pensare in grande questo suo progetto: intanto una sequenza di pagine che ricostruisse dalle radici il nascere e il dispiegarsi della lingua sarda nelle diverse forme della sua capacità espressiva (dunque dai documenti ufficiali come furono le Carte de logu, gli Statuti e i condaghes medioevali sino alla grande tradizione della poesia scritta e infine alla prosa narrativa contemporanea), e insieme anche una corposa antologia di versi e di passi, intercalata nello svolgersi del testo, quasi a fornire di volta in volta le prove dei giudizi critici che vengono dati su uomini, opere e fatti (non solo letterari).
Un progetto come questo pone l’obbligo di misurarsi con tutti i problemi grandi e piccoli che la storia della lingua sarda mette davanti allo storico e al critico. Allo storico, che deve controllare continuamente il farsi e l’affermarsi di una tradizione che ha per base la consapevolezza della dignità (della pari opportunità, verrebbe fatto di dire) della lingua sarda rispetto a tutte le altre lingue che l’alternarsi dei dominatori e le alterne vicende delle fortune europee imposero ai sardi: nel Cinquecento, ha notato tempo fa Nicola Tanda, quest’isola dove nel secolo scorso abbiamo parlato tanto di bilinguismo era in realtà un’isola quinquilingue, dove latino, catalano, castigliano, italiano e sardo convivevano, non di rado mescolandosi e imprestandosi suggestioni lessicali più che scontrandosi come lingue di potenze diverse. Al critico, poi, che deve interpretare il senso e (nel quadro di un bilancio generale) il peso di ogni opera che nomina e che evoca, tenendo continuamente presente il significato - anche “politico”, nel senso di civico, etnico - che l’autore le assegnava. La consapevolezza di che cosa vuol dire essere sardi emerge, in quanti scrivono in sardo, con sempre più netta evidenza: la stagione recentissima dei molti (e spesso buoni) narratori in lingua sarda è certamente figlia del risveglio orgoglioso del senso dell’identità sotto la pressione delle culture colonizzatrici e delle esperienze che ormai viviamo quotidianamente sulla nostra pelle.
A un lavoro così non si arriva senza un lungo tirocinio. Salvatore Tola, 66 anni, lavora questo campo da lungo tempo: da «Gli anni di Ichnusa» e «La poesia dei poveri», sulla poesia orale in Sardegna alla edizione di molti dei maggiori poeti della tradizione isolana, all’intensa collaborazione con questo giornale. Questa storia della letteratura in lingua sarda è così la storia civile dei popoli sardi, per dirla con un bel titolo ottocentesco: a cominciare da quelli che inventarono (o, comunque, parlarono) la nostra prima lingua, la lingua perduta dei nuraghi e dei nuragici, prima che l’alluvione romanizzante ne cancellasse quasi ogni traccia. Ma è dal Medioevo, dall’avvento dei Giudicati, che la storia prende sempre più corpo. Seguono le esperienze di poeti e scrittori del Cinquecento e del Seicento, la grande esplosione dei poeti del Settecento, “sos mazores”, i classici fondatori dei modi e delle tecniche del fare versi in sardo, la folla di scrittori e poeti dell’Ottocento, le diverse rinascite del sardo e della sua letteratura nel Novecento.
Tutto, e tutto esaminato senza rispetti per una tradizione critica consolidata, ogni autore riletto dentro il suo tempo ma soprattutto riletto iuxta propria principia. E i princìpi di un lettore che ha messo a frutto le lezioni di un metodo d’indagine aggiornato e rigoroso, eppure ricco d’affetto per questa grande famiglia di padri da cui discendiamo un pò tutti. In un progetto così ambizioso, in un inventario così largo e comprensivo qualche nome può anche essere stato dimenticato, qualche autore collocato in un posto in classifica che può anche apparire non adeguato al suo valore (più in alto o più in basso: ma alzi la mano chi ha scritto storie e compilato antologie con il cento per cento di quelli che dovevano esserci, o credevano di doverci essere). Ma ce ne fossero libri come questo, e autori capaci come Salvatore Tola di padroneggiare con tanta lucidità e tanta intelligenza del fatto letterario l’ampio universo di una etnia che nella propria lingua pensa, sente e scrive.

Manlio Brigaglia

 

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