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Il Sole 24 Ore del 19 maggio 2002 Torino / Lingotto
Tema dominante alla kermesse del libro i rapporti tra fedi e culture diverse Tutti alla Fiera delle identità
Le identità, il confronto delle loro specificità o i terreni di possibile convivenza o scontro sono venute fuori come tema parallelo e sottotraccia in questi giorni. Non è un caso che una delle due lezioni magistrali fosse dedicata appunto allo scontro di civiltà. (il punto interrogativo con il quale l'organizzazione ha mitigato il discorso è parso abbastanza benevolo seguendo la sua conversazione) dello storico americano Samuel Huntîngton. E non è un caso che la risposta del "popolo della Fiera" (anche ieri circa duemila presenze in più rispetto allo scorso anno, un 15% di crescita in termini di visitatori e probabilmente di vendite) sia andata esattamente in questa direzione. È vero - dice Ernesto Ferrero -: è una questione spuntata in molti dibattiti. Sorprendentemente anche nei discorsi degli scrittori svizzeri". I lettori - tanti che è un piacere vederli - raccolgono gli stimoli e puntano decisi sull'esposizione. Alla Rizzoli, uno spazio affollato. tutti i giorni ("anche oltre le aspettative" dicono soddisfatti allo stand) tutti i libri su religione e terrorismo, su islamismo ed ebraismo sono andati a ruba. La Fallaci ha continuato la sua corsa solitaria nelle vendite, ma insidiata, e molto da vicino (con un clamoroso exploit di vendite) dall'Islam globale di Khaled Fouad Allam. Sottotitolo, neanche a farlo apposta: I musulmani e l'Occidente dopo l'11 settembre. Ma è andata benissimo anche l'accoppiata tra Tahar Ben Jelloun (L'islamismo spiegato ai figli) e di Elena Loewenthal che ai suoi figli, invece, spiega l'Ebraismo, e che ha già bruciato le 20 mila prenotazioni in libreria, con un ottimo trend di vendite in Fiera (entrambi i titoli sono di Bompiani). Momenti meno esaltanti per la narrativa, con una eccezione significativa: guarda caso, proprio il libro di Randa Ghazy, Sognando Palestina (edito da Fabbri), l’avventura di un gruppo di ragazzi nei territori occupati, tra uomini-bomba e rastrellamenti. "Ma non è quella che è andata da Costanzo?" chiede una ragazza all'amica. Che non lo sa: ma nel dubbio, lo compra ugualmente. Anche la scelta delle due nazioni ospiti, Svizzera e Catalogna, riflette il problema della difesa delle identità. I catalani (presenti con una elegante esposizione che manifesta i fruttúosi rapporti con l’Italia, non ultima la vetrina su Alghero, dove il catalano è lingua viva) hanno una tradizione lunga e nobile: una letteratura che è vissuta, come l’intera regione, nella contrapposizione con l’amata-odiata Castiglia. Da Monzò a Rodoreda, i catalani sono autori da leggere, da conoscere, almeno. Gli svizzeri presentavano Dürrenmatt (presente nelle belle edizioni Casagrande) Hürlimann (Signorina Stark, appena edito in Italia da Marcos y Marcos) ma anche la storia locale: quella minima, quella insomma che parlando di Gente del Mendrisiotto o delle inflessioni del retoromancio, testimonia lo sforzo di preservare la specificità dei cantoni. Tra promesse di leggi sul libro (allo studio proposte tutte da verificare) e analisi sull'efficacia della norma sullo sconto (desolante: dopo il periodo di sperimentazione non ci sono dati e nemmeno accordo, se ne riparlerà, magari dopo una bella proroga), uno degli incontri più interessanti delle prime giornate era dedicato a un piccolo, prezioso, libro di Alberto Cavaglion, Ebrei senza saperlo. Minoranze e memoria (lo pubblica l'Ancora del Mediterraneo) che ha coperto tutte le istanze su questi temi. Marco Belpoliti, Sandro Gerbi e Gustavo Zagrebelsky, insieme all'autore, hanno fornito più d'uno spunto di riflessione a partire, anche, da un piccolo capitolo finale che dispensa consigli a un ventenne che studi la Shoah, invitandolo a diffidare delle mode anche in un campo così delicato. Emerge da queste pagine un'etica del ricordo ma anche un invito a trattare con rispetto chi oppone resistenza a urlare in pubblico delle proprie memorie e dei propri drammi. È una pìccola lezione di civiltà che cerca di guardare all'identità di un popolo travagliato senza negare luci e ombre, rifuggendo dalle santificazioni come dalle mortificazioni. Come ha ricordato, presentando il suo libro, Elena Loewenthal, "essere ebrei significa vedere un mondo non tutto uguale a se stesso, bensì multiforme e variopinto". L'identità come ponte verso l'altro, e non come muro. Probabilmente è questo lo spirito giusto per vivere il confronto (e non lo scontro o la guerra) tra le civiltà. E se in tempi di globalizzazióne spinta, ci si accorgesse che non si può adottare nessun'altra identità se non si parte dalla piena consapevolezza di chi si è e sì è stati in partenza? E se ci si accorgesse che quello che ci unisce, in definitiva, è di gran lunga più importante di quello che ci divide? Stefano Salis |
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