Da Il Sole 24 ore, 23 luglio 2006

Tempo, inesorabile signore
Chi dice sia denaro, chi specchio di immortalità e distanza dalla morte, per altri è speranza escatologica o promessa di rivoluzione. Per tutti è insufficiente. Un saggio di Harald Weinrich ne racconta le suggestioni letterarie

L’orologio batte le undici di notte. Faust sa che fra poco arriverà Mefistofele a prenderesi la sua anima. «Ora, Faust, non hai che un’ora sola da vivere», esclama, «e poi sarai dannato per sempre». Chiede alle sfere celesti di cessare il loro moto; implora in latino, seguendo Ovidio, «lenti, lenti correte, cavalli della notte». Ma le stelle ruotano ancora, «il tempo corre, l’orologio suonerà, verrà il demonio e Faust sarà dannato». Tenta di invocare Dio, prega Lucifero di risparmiarlo. L’orologio suona di nuovo: «ah, mezz’ora è passata. Presto passerà tutta». Disperato, Faust giunge a invocare la metempsicosi, la trasformazione in bruto animale. Maledice i genitori, se stesso, Satana. L’orologio batte la mezzanotte. «Suona, suona!», mormora Faust atterrito, «Corpo, trasformati in aria. Anima, mutati in piccole gocce d’acqua e cadi nell’oceano, nessuno ti trovi». Al fragore di un tuono, arrivano però i diavoli.

L’ultima scena del Dottor Faust di Marlow mostra come il tempo stringa davvero: i rintocchi dell’orologio vi scandiscono gli attimi della vita che sta per finire – di ogni vita che termina – con battito ultimativo terrificante.

Harald Weinrich, che aveva intitolato Tempus un celebre lavoro di quarant’anni fa, non usa questa scena nel suo ultimo libro, ma invece quella di Goethe nella quale Faust dice a Mefistofele, siglando il patto con lui, «Dovessi dire all’attimo “Fermati! Sei così bello!”, allora gettami in catene, allora accetterò la fine! Allora batta a morto la campana, allora, esaurito il tuo impegno, s’arresti l’orologio, cada giù la lancetta, per me finisca il tempo!». La sequenza che Weinrich disegna è sicura e veloce: una vera corsa contro, e con, il tempo e la letterattura. Non gli interessano, qui, le funzioni che il tempo ha nel testo, ma, invece, della sua scarsità, di quanto poco gli uomini ne abbiano a disposizione e lo comprendano. Parte da un aforisma di Ippocrate, divenuto poi luogo comune di filosofi e poeti: «L’arte è lunga, la vita breve». Ne traccia la discendenza e le variazioni più significative in Galeno, Seneca, Leon Battista Alberti, Lord Chesterfield, Rilke. Poi, vi ritorna inseguendolo da prospettive diverse.

Cosa vuol dire, per esempio, il mezzo di cammin di nostra vita? Perché è così essenziale per Dante, Petrarca e Hölderlin? Goethe arriva a Roma in quel medesimo “mezzo” e ringiovanisce, iniziando una vita nuova. Di converso, Keats vi giunge giovanissimo per morirvi precocemente e vi compone uno dei suoi sonetti più lancinanti, «Quando la paura mi prende di morire». Gustav von Aschenbach, invece, il protagonista di Morte a Venezia, è vecchio, ma incontra sulla laguna l’immagine stessa della giovinezza, Tadzio.

Il tempo urge sulla Terra e nell’Aldilà. Gesù ha fretta, ripete ai discepoli «Ancora un poco e non mi vedrete; ancora un poco e mi rivedrete», predica la parabola paradossale del padrone che assume gli operai in diverse ore del giorno, ma dà loro la stessa retribuzione. Più tardi, il Purgatorio viene inventato per “dare tempo” fra due eternità, l’Inferno e il Paradiso, e Dante sfrutta appieno, nel Purgatorio, tutte le potenzialità drammatiche di questa situazione, perché le sue anime desiderano che la sua purificazione si compia al più presto. Il tempo ha dunque una sua economia sacra, urgente ed escatologica. Ma basta guardare dal lato immanente, ed ecco Franklin sostenere che il tempo è denaro, Weber incarnare lo spirirto del capitalismo nell’etica protestante, e Heine e Marx profettizzare l’imminente scoppio della rivoluzione.

Sì, il tempo ha due dimensioni sin dall’antica Grecia: è Kronos, da una parte, lunga durata; Kairos, dall’altra, il tempo opportuno. Ma qualcosa accade quando Amleto si lamenta che il tempo è fuor di sesto, o quando Marcel ritrova, con immensa pena, quello perduto. Il poema epico è lungo; il dramma, invece, breve: lo vedeva già Aristotele. A quali crisi, a quali ritmi profondi corrispondono tali diverse misure? Weinrich, che respinge sia Aristotele che Kant e inclina piuttosto verso Heiddegger e Blumenberg, propone un’originale teoria filologico-filosofica per la quale torna a Ippocrate. Il tempo (“tempus”) è “tempia” (“tempora”): è battito del polso, il sangue “impulsus” dal cuore.

È un fenomeno che coinvolge tutto il corpo, e che comprendiamo soltanto quando comincia a venir meno. Quando si avverte la fine incipiente. Nella penultima scena del Don Giovanni, è la frase che la statua del Commendatore intima al libertino: «Pentiti, cangia vita, è l’ultimo momento». Don Giovanni rifiuta, e il Commendatore proclama con la voce cavernosa di un Kronos: «Ah! Tempo più non v’è». In Marlow risuonavano i rintocchi dell’orologio. Per Mozart e Da Ponte battono i «Sì» e i «No» di Don Giovanni e del Commendatore. Sono le tempie che rimbombano, il polso della morte. Poi, tutto precipita nel prestissimo delle ultime battute di Don Giovanni: «Da quel tremore insolito sento assalir gli spiriti». «Il tempo della morte è ogni momento», diceva Eliot nei Quartetti, «presto, qui, ora, sempre»: il tempo, appunto, stringe.

 

Harald Weinrich, «Il tempo stringe. Arte ed economia della vita a termine», Il Mulino, Bologna, pagg. 258, € 20,00.

Da ricordare: Harald Weinrich, «Quante lingue per l’Europa», con una bibliografia completa degli scritti di Weinrich 1956-2006, Cuec, Cagliari, pagg. 96, € 9,00.
 

di Piero Boitani


 

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