NAE
Trimestrale di cultura



 

"NAE" rivista di cultura

Il Giornale di Sardegna 25 giugno 2005


Nae, il felice approdo di una rivista letteraria

www.godotnews.com 24 giungo 2005

Nae naviga a vista tra cultura globale e tradizione sarda

L'Unione Sarda 23 giugno 2005

La quarta tappa di Nae, la nave della cultura

Gododnews gennaio 2004

Nae, va in mare aperto la nuova rivista della CUEC

L'Unione Sarda 25 febbraio 2003

«NAE» affronta il mare aperto

La Nuova Sardegna 13 febbraio 2003

Nae: dal Mediterraneo al periplo del mondo

Kúmá n. 14
 


Anniversari. In edicola e in libreria
"NAE" rivista di cultura

La navicella va. Ogni tre mesi in edicola e in libreria c'è "Nae', rivista di cultura, edita dalla Cuec e diretta da Giuseppe Marci, docente di letteratura italiana all’Università di Cagliari.

Per festeggiare il decimo numero, la redazione si è presentata al pubblico rivendicando la linea di continuità con "La Grotta della vipera"; sotto il segno del giornalismo letterario, palestra d'intervento culturale per allievi e ricercatori. Questo numero, presenta in sommario un'intervista allo scrittore Andrea Camilleri sull'attualità di Sciascia, una sezione monografica sui trovatori contemporanei, i poeti cantori attivi in Sardegna, Toscana, Spagna e America Latina, e poi racconti, recensioni di libri e reportage in chiave linguistica. Il tutto in un bianco patinato sfondato dalle opere d'arte scelte da Alessandra Menesini.

"Nae", che si può acquistare anche sul sito web della Cuec (www.cuec.it), ha già intervistato Carlo Ginzburg, Chamoiseaux, Mannuzzu. In 20.000 battute che fanno un piccolo saggio, ha trattato i temi dell'identità passando sempre attraverso il confronto con l'altro. L'editore Mario Argiolas, forte dei suoi cinquecento lettori, ha evidenziato i pericoli di una politica culturale che chiede alle piccole imprese di confrontarsi col mercato. In attesa di tempi migliori, Nae prosegue la sua navigazione. Metà dei redattori, giovani di quarant'anni, ha davanti il precariato universitario. I più fortunati collaborano dall'estero. Sempre all'insegna della qualità.

Il Giornale di Sardegna 25 giugno 2005

 


 

 

NAE, il felice approdo di una rivista letteraria

Presentato il 21 giugno a Cagliari, presso l’Associazione della Stampa Sarda, il decimo numero della rivista letteraria e di cultura edita dalla Cuec e diretta da Giuseppe Marci. Dopo due anni dal primo numero e senza alcuna sovvenzione pubblica, il periodico si è affermato come spazio di produzione e dibattito culturale, capace di collegare lo scenario sardo con quello nazionale e internazionale.


Hanno aspettato oltre due anni e l’uscita del decimo numero quelli di Nae per presentare alla stampa la loro rivista. Il primo numero del trimestrale di cultura e letteratura pubblicato dalla Cuec è uscito, infatti, nel dicembre 2002 e da allora Nae non ha mancato un appuntamento in edicola e in libreria, garantendosi un suo spazio nel panorama editoriale sardo e non solo. Senza che nessuna pubblica sovvenzione sia intervenuta a darle soccorso nel mare aperto del mercato.
Si è trattato, però, di un debutto deliberatamente posticipato, come ha precisato durante l’incontro di presentazione il direttore della rivista Giuseppe Marci. Per scaramanzia, prudenza o grande concretezza, la redazione ha voluto mettere insieme 960 pagine per uscire allo scoperto e dire ‘ecco, ci siamo anche noi’, quando davvero questa presenza è sentita dai lettori come una realtà e non più come una promessa.
Nae, con una tiratura di circa cinquecento copie a numero, rappresenta un riuscito esperimento di giornalismo letterario e, nell’intento di chi l’ha creata, vuole essere un ponte di contatto tra l’isola e le produzioni letterarie, le ricerche scientifiche e il dibattito culturale d’oltre mare. Il palinsesto delle rubriche, in particolare le interviste, dimostrano la prossimità della rivista col mondo giornalistico, sarebbe impensabile, infatti, presentarsi ad un pubblico vasto come una pubblicazione accademica.
Tra le voci che Nae ha accolto sin’ora, esponenti della letteratura e del mondo culturale ed istituzionale, come Salvatore Mannuzzu, Alessandro Carrera, Vanna Gazzola Stacchini, Angela Davis, Rafael Chauchari Pizuri, Carlo Ginzburg, Elisabetta Pilia, Paolo Pillonca, Sergio Frau, Amiri Baraka, Azar Nafisi, Andrea Camilleri e Paolo Zedda.
Una pubblicazione moderna, soprattutto per l’attenzione alla contemporaneità e la veste tipografica dinamica e curata, ma ‘vecchio stile’, come l’ha definita l’editore Mario Argiolas. Il taglio lungo dei pezzi, infatti, è frutto di un meticoloso lavoro di inchiesta, più vicino allo spirito delle pubblicazioni scientifiche che alla superficialità diffusa della carta stampata.
Hanno, così, trovato spazio sul solido legno di Nae i temi del viaggio nella letteratura, della traduzione, delle biblioteche, della tradizione letteraria isolana, dell’etnomusicologia, ma anche la pubblicazione di inediti, come la seconda parte de ‘Il giorno del giudizio’ di Salvatore Satta.
Questa impronta di stile, meglio sarebbe parlare di metodo, colloca Nae nel solco dell’altra esperienza di approfondimento e divulgazione letteraria che fu ‘La Grotta della Vipera’, conclusasi con la scomparsa del direttore Antonio Cossu. Molti dei nomi che fecero quella rivista (dal 1975) sono gli stessi che hanno varato il nuovo corso di Nae, ad iniziare dal direttore e dall’editore. E come fu già per quell’esperienza, anche qui molti giovani studiosi si fanno largo tra i nomi più noti.
Impossibile dar conto degli oltre centocinquanta collaboratori, ma doveroso menzionare la redazione, che, come più volte è stato sottolineato, presta la sua opera volontariamente: Eleonora Frongia, Paolo Lusci, Alessandra Menesini, Mauro Pala, Simona Pilia, Giorgio Rimondi, Stefano Salis, Gian Pietro Storari, Gigliola Sulis.
All’insegna degli incroci e delle intersezioni tra espressioni culturali e luoghi differenti, la rivista ospita anche una rubrica di arte, e ogni numero è illustrato con le opere di un diverso autore commentate da Alessandra Menesini. Dalle incisioni di Helga Elmquist (l’unica non vivente) con la sua piccola nave tra flutti agitati per la prima copertina, alle opere naif di Tzia Veronica, artista di Zeddiani, riscoperta e riproposta per animare le pagine dell’ultimo numero.
Il sommario della decima uscita di Nae si può consultare sul sito della Cuec (http://www.cuec.it/nae.htm), mentre è già in cantiere l’undicesimo numero di cui si possono anticipare gli interventi, tra gli altri, di Patrick Chamoiseau, Homi Bhabha, e Raphael Confiant e nella sezione dedicata alla poesia i versi di Hone Tuwhare, poeta aborigeno della Nuova Zelanda. Nel mercato costruito sugli ‘eventi’ Nae rappresenta invece una ‘struttura culturale’, di cui c’è bisogno.

Maria Chiara Esposito

www.godotnews.com [24 giugno 2005]


 



Riviste. Decimo numero

Nae naviga a vista tra cultura globale e tradizione sarda

Pochi fondi pubblici per la cultura che sopravvive solo con passione e impegno gratuito dei giovani


Il mondo dell'editoria pullula di riviste che celebrano in pompa magna l'uscita del primo numero, in molti casi destinato a rimanere l'unico. Ci sono però delle eccezioni, una di queste è Nae, rivista trimestrale di cultura, giunta al decimo numero, con l'undicesimo in cantiere. Un buon traguardo che il direttore Giuseppe Marci e i tanti redattori hanno deciso di onorare con un incontro, svoltosi martedì scorso nella sede cagliaritana dell'Assostampa, coordinato da Mauro Manunza, presidente dell'Ordine dei giornalisti della Sardegna, con la partecipazione di Mario Argiolas, direttore della Cuec la casa editrice che pubblica Nae. I presenti, Marci in testa, hanno spiegato quanto considerano importante l'approdo a cui la rivista è giunta: riuscire a sfornare undici numeri di una pubblicazione di caratura culturale senza l'ombra di un finanziamento pubblico in un mondo, quello dell'editoria, dominato dal digitale capace di drenare quattrini a palate. Ma, quali ingredienti hanno reso possibile un simile risultato? Li ha ben evidenziati Mauro Manunza: "Nae è un termine logudorese che tradotto in italiano significa nave e la rivista ha scelto di navigare sulle acque della comunicazione delle idee verso diverse frontiere, letterarie, politiche, poetiche, musicali". Un viaggio multiforme, dunque, che lungo dieci numeri ha favorito l'incontro delle specificità sarde con traiettorie culturali globali, capaci di smussare eventuali tentazioni sardocentriche sempre presenti in chi scrive e pensa nell'isola. Aprirsi al mondo, e, per far questo, evitare una delle pecche peggiori delle pubblicazioni del settore: lo specialismo. "Abbiamo voluto bandire ogni tono accademico - ha spiegato Giuseppe Marci - siamo sempre andati alla ricerca di un pubblico eterogeneo, per non essere letti solo da un pugno di addetti ai lavori. In fondo, ciò che cerchiamo di fare è giornalismo letterario". Per far questo la rivista affronta i diversi campi del sapere, dalla letteratura alla storia, dalla musica all'arte arrivando persino all'antiquariato, attraverso interviste, recensioni, saggi. Nae, nata nell'inverno del 2002, ha raccolto il testimone della Grotta della vipera, altra gloriosa rivista cagliaritana da cui ha ereditato l'impostazione culturale di fondo, con una decisa virata verso direzioni meno localistiche e con una marcata attenzione per la veste grafica corredata dalla riproduzione di opere di pittori sardi e non. Un'impresa culturale che secondo Marci testimonia "la possibilità di istituire un circuito virtuoso in grado di favorire la comunicazione e la partecipazione culturale ad ogni livello, coinvolgendo soprattutto i giovani, che, non a caso, contribuiscono in modo fondamentale alla riuscita della rivista". E, in effetti, la pubblicazione si giova di redattori e collaboratori quasi tutti di giovane età, accomunati da un altro aspetto, certo meno gratificante: la totale gratuità del loro lavoro. E proprio su questo punto ha posto l'accento Mario Argiolas: "la rivista nasce senza neanche un euro da parte delle istituzioni perché la politica considera l'editoria cartacea un campo da destinare al mercato con le sue regole e la sua anarchia". Un paradosso se si considera, come ha giustamente sottolineato Silvano Tagliagambe, quanto le istituzioni siano presenti nel panorama della comunicazione digitale per il quale si preferisce utilizzare particolari cautele a riparo dalle intemperie del mercato, turbolenze che quindi a maggior ragione dovrebbero essere risparmiate ad una settore, quello cartaceo, molto più fragile. Nonostante tutto però la linea editoriale di Nae appare esente da un'idea usa e getta della fruizione culturale "noi facciamo una rivista vecchio stile - ha continuato Argiolas - magari con una veste nuova, accattivante, ma senza rinunciare ad approfondire". I numeri però sono implacabili e le circa 350 copie vendute la dicono lunga sulla difficoltà di piazzare sul mercato un prodotto di qualità ma pur sempre di nicchia. Nae comunque resiste, e certo ha ragione Marci quando ricorda che una "città non può veramente dirsi tale senza una rivista culturale di spessore".


Francesco Pala

L'Unione Sarda 23 giugno 2005


 



Godotnews (gennaio 2004)


La quarta tappa di Nae, la nave della cultura
Il trimestrale edito da Cuec e diretto da Giuseppe Marci torna in edicola e libreria con un nuovo numero, ad un anno esatto dalla prima uscita. Ricco di interventi, saggi, racconti, ragionamenti sui temi della lingua e della cultura.

È giunto al quarto numero, ad un anno esatto dalla sua nascita, il trimestrale di cultura edito dalla Cuec e diretto da Giuseppe Marci. Il periodico, sempre più apprezzato da pubblico e critica, sta diventando un punto di riferimento per tutti quei lettori che sono interessati ad un dibattito culturale nuovo, libero, tutto costruito sulle idee e sull'approfondimento culturale.
Certamente non è facile per le riviste di cultura raggiungere il loro pubblico potenziale: c'è il problema della distribuzione, c'è poi il problema che nei mass media in generale e nella televisione in particolare sono altri i prodotti che sono pubblicizzati. Ciò nonostante 'Nae' prosegue la sua navigazione a vele spiegate e continua ad attraccare ai diversi porti alla ricerca di nuove relazioni e nuovi scambi culturali, nel campo della letteratura, delle lingue di minoranza, dell'arte e della poesia.
Questo quarto numero, riccamente illustrato da numerose fotografie che riproducono le opere di Aldo Contini, si presenta ricco di contributi: il numero si apre con un'interessantissima tavola rotonda dal titolo Le letterature, le lingue, gli uomini, i saperi, con Mauro Pala, Armando Gnisci, Nicola Tanda, Gian Pietro Storari, Riccardo Badini e Giuseppe Marci. Il tema è quello attualissimo del ruolo della letteratura nell'età della globalizzazione.
Nella sezione Saggi si segnalano Susanna Paulis con Alle origini di Notte sarda di Pietro Casu, Rossella Cabras con Emilio Isgrò: la contrapposizione tragica tra lingua e dialetto e Simona Demontis con un saggio sulle Figure femminili nell'opera di Camilleri.
Nella sezione Racconto è pubblicato un racconto inedito di Filiberto Farci dal titolo Nella scia del sole, presentato da Alessandra Carta. Nella sezione Poesia, molto nutrita in questo numero, Ol'ga Aleksandrovna Sedakova tradotta da Francesca Chessa, Rosalba Campra tradotta da Francesco Fava e la poesia di Pinuccio Canu.
Nella sezione Ricerche si segnala Eleonora Frongia con Il lessico dell'avifauna nella laguna di Santa Gilla. E poi ancora la sezione Libri con numerose recensioni e una bella intervista di Paolo Lusci a Paolo Pillonca dal titolo Lingua è una musica che viene dal cuore.
In chiusura la sorprendente rubrica, Random, di Vanni Boni propone Esotismo, tropicalismo, negritudine, un viaggio nella poesia della negritudine. Chiude il numero Giulio Paulis che nella sua rubrica In pinna de bentu propone Su re de sos puzones, rigorosamente in lingua sarda.

R.G.
Godotnews (gennaio 2004)



 



Nae, va in mare aperto la nuova rivista della CUEC

Il primo numero in libreria e in edicola
Nae, va in aperto mare la nuova rivista della CUEC


Esce in libreria e in edicola il primo numero del trimestrale di cultura "Nae" edito dalla Cuec e diretto da Giuseppe Marci. Centododici pagine illustrate a colori con le incisioni di Helga Elmquist, "Nae", colma il vuoto lasciato dalla chiusura della "Grotta della Vipera", il periodico fondato da Antonio Cossu.

Ma "Nae" vuole essere anche uno spazio di riflessione e di studio, uno spazio capace di attivare meccanismi di produzione e di scambio culturale. "Nae" come grande metafora, quindi, depositaria di molteplici significati: nave, viaggio, apertura verso il nuovo. La rivista, che ha un nome quanto mai simbolico, frutto di una felice intuizione di Paolo Lusci, si occuperà di letteratura, di lingua, di arte, di libri, di letterature del mondo. L’obiettivo è affrontare il mare aperto, il mondo "grande e terribile" che sta oltre i confini della Sardegna.

Diretta da Giuseppe Marci, docente di Filologia italiana all’Università di Cagliari, "Nae" conta su una redazione che si avvale dell’apporto di Giorgio Rimondi, Mauro Pala, Alessandra Menesini, Stefano Salis, Pietro Storari, Paolo Lusci, Eleonora Frongia, Simona Pilia, Gigliola Sulis.

Nel primo numero, dedicato al tema affascinante del viaggio, spiccano, tra gli altri, gli articoli di Silvano Tagliagambe, Anna Saderi, Monica Farnetti, Simona Demontis, Alessandra Menesini e suscita particolare interesse un’intervista a Salvatore Mannuzzu, l’articolo di Giulio Paulis, in sardo, sui molteplici significati del nome Nae. E ancora saggi, racconti, poesie, ricerche, recensioni.

L'Unione Sarda 25 febbraio 2003


 



In libreria e in edicola un nuovo trimestrale di cultura pubblicato dalla Cuec e diretto da Giuseppe Marci
"Nae" affronta il mare aperto

Lingua e letteratura, primo numero sul tema del viaggio

Spazio di riflessione e di studio, capace di attivare meccanismi di produzione e di scambio culturale

Pubblichiamo il pezzo redazionale che spiega i motivi dell'uscita in mare aperto di "Nae", la nuova rivista Cuec diretta da Giuseppe Marci.

Dire che la Sardegna ha bisogno di una rivista che si occupi di problemi letterari e linguistici, con particolare riferimento a quelle che un tempo si chiamavano letterature di minoranza e che oggi vanno trasformandosi nella letteratura mondo, può sembrare espressione retorica. Allora diciamo che abbiamo bisogno di uno spazio di riflessione e di studio, uno spazio capace di attivare meccanismi di produzione e di scambio culturale.
Piccola o grande che sia, abbiamo una credenziale da esibire: l'avere fatto, dal 1994 al 2002 (dal n. 66/67 al n. 97), "La Grotta della vipera". Questa nostra esperienza è durata 9 anni nel corso dei quali abbiamo prodotto 26 fascicoli. Per allestirli abbiamo mobilitato 153 collaboratori: illustri studiosi, scrittori affermati, molti giovani (circa 40) alle prime armi. A questi soprattutto pensavamo e per loro principalmente ci siamo impegnati, perché non andassero per il mondo, come troppe volte è successo, a mani nude, senza il viatico rappresentato dalla testimonianza di un lavoro fatto con coscienza, ovvero di un titolo da integrare nel proprio curriculum.
Molti di quei giovani sono stati per la prima volta chiamati alla prova della scrittura, a stendere una recensione, a rielaborare la tesi di laurea, a realizzare interviste, a studiare temi che la stessa rivista talvolta proponeva. Abbiamo lavorato assieme, discusso i progetti, letto gli elaborati, suggerito modifiche, insegnato il mestiere. Non pochi, grazie anche a questa esperienza, si sono fatti strada e oggi studiano e lavorano in importanti istituzioni culturali, in Italia e in Europa.
Antonio Cossu, prima di lasciarci, ha chiesto che "La Grotta della vipera" terminasse la pubblicazione. Non condividevamo la scelta di chiudere, e glielo abbiamo detto. Comunque, gli siamo grati e lo ringraziamo dal profondo del cuore perché in quel lontano 1994, quando ha accettato di proseguire con noi le pubblicazioni, ci ha consentito di legarci a una fondamentale tradizione editoriale della nostra terra, ci ha permesso di imparare come si fa. Per questo abbiamo deciso di rispettare il suo desiderio. Aveva paura che la rivista cambiasse fisionomia: in realtà non l'abbiamo e non l'avremmo cambiata noi: sono i tempi che modificano gli scenari, i pensieri degli uomini, le loro iniziative culturali. "La Grotta della vipera" nasceva, nel 1975, sulla base di un progetto lungimirante. Voleva occuparsi della cultura delle minoranze, delle lingue e delle letterature meno diffuse. Ha dato, dalla Sardegna e parlando di Sardegna, un contributo straordinario alla riflessione generale. Ha accompagnato i cambiamenti.
Se oggi facessimo le stesse cose, tradiremmo lo spirito di quell'originario progetto. Vogliamo invece partire dalla convinzione che le idee allora agitate hanno generato nuove idee, hanno mostrato differenti prospettive letterarie e linguistiche. Ma non sul piccolo scenario delle nostre isole, bensì nella prospettiva ampia del globo all'interno della quale le minoranze hanno saputo riconoscersi e costituirsi in un'unità molteplice e colorata, diversa (non gerarchicamente inferiore) rispetto a canoni più tesi a selezionare ed escludere che a comprendere quale perdita catastrofica sarebbe per il mondo se effettivamente esistessero soltanto i 26 scrittori ammessi da Harold Bloom, e quale incommensurabile ricchezza letteraria e linguistica al contrario abbia dischiuso la spallata con cui tutti i possibili terzi mondi si sono presentati sulla scena culturale.
A questo risultato sentiamo d'aver contribuito, dalla Sardegna, tenacemente masticando per secoli le lingue degli altri e facendole nostre, mischiandole con quella antichissima e propria che la dominazione romana aveva cancellato. Senza spegnerne il ricordo, senza poter impedire che come per forza vulcanica riemergesse dagli strati profondi e contribuisse ad arricchire le lingue dei dominatori: il latino, il catalano, il castigliano, l'italiano che diventavano nostre, impiegate negli usi della vita e nell'esercizio letterario.
Di tutto questo vogliamo occuparci, come già facevamo, ma usciti dalla "grotta" e saliti su questa "nave" vogliamo viaggiare per l'Italia e il mondo, vogliamo ancorare la redazione a Cagliari, a Sassari, a Nuoro, a Oristano e in ogni città e paese della Sardegna, ma anche a Ferrara, a Milano, a Londra, e negli altri luoghi dove si collocano le nostre antenne, gli amici che vivono e lavorano lontano da noi, che condividono il progetto e sapranno arricchirlo. A cominciare da questo primo numero, che per tutte le ragioni esposte abbiamo voluto dedicare al tema del viaggio. Fare così una rivista è anche un modo per stare un po' assieme. Il che non è male, sotto tanti profili: a cominciare da quello umano.



IL PROGETTO

Fuori dall'ovile

Prua diretta verso il largo

di Costantino Cossu

Il primo numero della rivista "Nae" è ricco di contenuti. Il tema monografico, quello del viaggio, è svolto in molti dei suoi possibili aspetti. Tra i tanti contributi, segnaliamo Silvano Tagliagambe sul "Racconto del viaggio nella comunicazione mediatica" e l'intervista di Giuseppe Marci e di Mauro Pala con Salvatore Mannuzzu sul "Viaggio come forma del racconto"; ma anche "Con tristezza e con amore", il bel saggio di Giorgio Rimondi sugli scritti di viaggio di Anna Maria Ortese, e "Le letture atzeniane sotto forma odeporica" di Stefania Pineider. Ma poi ci sono le poesie di Anna Cristina Serra, di Orlando Biddau e di Albero Lecca, la riproposta di "Visioni di Sardegna", un racconto di Giovanni Cau, il "Viaggio nei luoghi deleddiani" di Tania Bauman e un intervento di Anna Saderi su "Viaggio, cinema e identità". E ancora: recensioni, segnalazioni di mostre, novità editoriali.
"Nae", però, è ricca soprattutto di idee. E di idee giuste. Fortemente voluta dall'editore Mario Argiolas e da Giuseppe Marci, già direttore della "Grotta della vipera", la rivista ("trimestrale di cultura") nasce con l'intento di aprire i recinti (gli ovili) della cultura regionale. La nave sulla quale Marci e Argiolas hanno imbarcato tanti giovani e bravi ricercatori e studiosi dirige la prua verso il largo. Il gruppo cresciuto alla scuola di Antonio Cossu esce dalla "grotta" e affronta il mondo "grande e terribile" che sta oltre i confini della Sardegna (periferia di una periferia, secondo l'efficace e ancora attuale immagine gramsciana). Non è un caso che per la prima uscita si sia deciso di fare un numero monografico sul viaggio.
La redazione di "Nae" sa che l'unico modo serio di mettere in gioco il passato è quello di spenderlo nel presente. E che spenderlo nel presente significa perderlo, il passato. Significa rinunciare a qualsiasi forma codificata, museizzata, etnicizzata di identità. Siamo tutti meticci.



Tradizione alla prova del fare

È la maniera in cui i progetti si realizzano 

il criterio corretto per il giudizio sul passato

Dal numero 1 della rivista il pezzo di Pietro Storari sul rapporto tra elaborazione della memoria e futuro

di Pietro Storari

E' invalso nell'uso che ogni impresa culturale debba contenere, almeno in forma implicita, un giudizio sul passato. È su tale giudizio, infatti, che si formulano gli scopi, si definisce il programma e si legittimano le ambizioni delle iniziative intraprese. La manifestazione dell'opinione su quanto precedentemente accaduto e prodotto dovrebbe costituire la premessa anche di questa iniziativa editoriale. Potrebbe sembrare, anzi, che questa nostra impresa ne abbia bisogno più di ogni altra. È sufficiente uno sguardo ai nomi dei redattori e dei collaboratori per comprendere che "Nae" trae origine dall'esperienza della "Grotta della vipera" e che dunque sia chiamata, di necessità, a definirsi formulando un giudizio sul proprio passato. Vorremmo tuttavia sottrarci a questo costume ricevuto non per eludere astutamente un problema imbarazzante, quanto per alcune meditazioni che ora brevemente esporremo.
Vi sono, grosso modo, due atteggiamenti apparentemente contrastanti, ma in realtà complementari di giudicare il passato. Il primo, più praticato e ben conosciuto, è quello di venerarlo, ritenendo che in esso i nostri caratteri autentici si conservino inalterati, riposti in una sorta di immanente eternità. In una tale concezione, allora, il passato è qualcosa che deve essere recuperato, restaurato e custodito al riparo da possibili alterazioni.
Un secondo modo, forse più giovanile, è quello di considerare il passato come costrizione subita, un'eredità pesante e patita incapace di cogliere il nuovo che sempre si produce in vaghi altrove. In tal senso il passato è qualcosa da dimenticare, cui voltare le spalle per affrontare, liberi da vincoli, un futuro che sia finalmente scelto e autodeterminato.
Entrambi gli atteggiamenti, comunque, condividono la medesima concezione del passato, un'idea vorremo chiamare contenutistica: il passato è, infatti, considerato come recipiente che raccoglie un insieme di eventi immodificabili, codificati in memorie fisse, da rievocare o dimenticare, ma in ogni caso dati per sempre. Sia l'una sia l'altra convinzione, inoltre, comportano una perdita di valore del presente, incapace com'è di legare passato e futuro.
Si va facendo strada, tuttavia, nelle contemporanee scienze cognitive la persuasione che il rapporto tra il passato e la memoria che lo custodisce non sia affatto riconducibile alla relazione che lega un oggetto a un dispositivo di conservazione. La memoria appare sempre più come uno strumento di riconoscimento piuttosto che di rievocazione. Questo rafforza la convinzione che la memoria non sia una facoltà preservativa, destinata a mantenere nelle nostre menti le tracce inequivoche di un indubitabile passato, quanto piuttosto una disposizione costruttiva in grado di ritessere continuamente il passato in relazione alle utilità contingenti e prossime.
Ma se la memoria è per essenza aperta al futuro, anche il passato deve cambiare natura: da recinto temporale in cui sono racchiusi gli eventi trascorsi, ad ambito all'interno del quale maturano le abilità ovvero le capacità di riprodurre in situazioni mutate le competenze acquisite.
Naturalmente allora, se questo è vero, i conti con il proprio passato non devono essere fatti in modo preliminare, ma solo post-festum: è la maniera in cui i progetti si realizzano a rivelare la forma del passato e il criterio per il suo giudizio. L'inversione non potrebbe essere più netta, sono i futuri possibili a decidere della qualità del passato. Le capacità realizzate danno valore a quanto è stato fatto.
Anche questa iniziativa, dunque, sarà in grado di giudicare del suo passato solamente attuandosi. La qualità delle nostre esperienze trascorse sarà rivelata dal modo in cui le intenzioni che la ispirano si realizzano. Saranno pertanto le esperienze acquisite, le abilità conquistate, le attitudini maturate a fornire il fuoco degli sguardi retrospettivi. È il viaggio a giustificare, rilevazione dopo rilevazione, la rotta percorsa.

La Nuova Sardegna 13 febbraio 2003

 




Nae: dal Mediterraneo al periplo del mondo

La sera del 12 giugno 2007, si è svolta a Roma, nella sede dell’ambasciatore d’Irlanda, la presentazione del numero di Nae interamente dedicato all’Irlanda, pubblicato in versione italiana e inglese. Che cosa abbia spinto il direttore della rivista Giuseppe Marci a scommettere sulla proposta di Giuliana Adamo, docente di Italianistica al Trinity College di Dublino, di dedicare un intero numero della rivista all’Irlanda, è lui stesso a spiegarlo con queste parole: «[…] Sardi e irlandesi condividevano un destino politico e una condizione economica, avrebbero condiviso il dolore, e il danno, dell’emigrazione: ma anche la consapevolezza di un ethnos antico, di una lingua propria, di un’altra lingua che non solo era divenuta altrettanto propria ma che le penne dei loro scrittori avrebbero trasformato nello strumento per affrontare la sfida proposta da Yeats quando sonda la possibilità di costruire una letteratura nazionale ove coesistano lo spirito irlandese e la lingua inglese. Con tutta probabilità l’Irlanda non ha mai saputo dell’attenzione che nei suoi confronti si esprimeva dal cuore del Mediterraneo. Oggi vogliamo notificarglielo: guardavamo e guardiamo all’Irlanda, convinti come siamo che in quel nostro antico progetto politico che parlava di autonomia, di rispetto dei piccoli popoli, delle loro lingue e delle loro culture, ci sia un’anticipazione dell’idea di un’Europa delle regioni che appare come la proposta più vitale, quando pensiamo alla sorte futura del nostro Continente e quando più ampiamente ci riferiamo alle relazioni fra i popoli nell’intero scenario del mondo». Come testimoniano questa parole il rapporto tra Sardegna e Irlanda è antico, legate sicuramente da vicissitudini storiche che in qualche modo le accomunano, anche se con esiti totalmente diversi. Com’è noto, anche se è un tema poco approfondito, l’Europa ha conosciuto e attuato pratiche coloniali al suo interno, in concomitanza a quelle attuate all’esterno, nei confronti degli altri Continenti: in particolare verso l’Africa. Sicuramente l’Irlanda e la Sardegna, serbano memoria e vivono le conseguenze di questo passato. L’Irlanda oggi è nazione indipendente dall’Inghilterra, la Sardegna è una delle regioni italiane. Ma come puntualizza giustamente Giuseppe Marci: «È giunto il momento di guardare avanti al di là della storia sofferta che lascia un potenziale da mettere a frutto». E questo potenziale da mettere a frutto è rappresentato in modo egregio da Nae che presenta un ampio ventaglio di articoli, interventi, poesie, racconti, saggi, ricerche, un’intervista, un catalogo di immagini che riproducono alcune opere di artisti irlandesi contemporanei; tutti contributi che ci parlano dell’Irlanda di ieri e di oggi, mettendo nuovamente in contatto queste due isole, con la voglia di guardare al futuro, e costruire una rete di scambi e di «passaggi» reciproci. In questa coraggiosa operazione compiuta da Giuliana Adamo, Giuseppe Marci e tutti coloro che hanno generosamente contribuito alla realizzazione di questo numero, si può trovare il riflesso delle parole di Édouard Glissant* , che sostiene la necessità di rispettare tre principi fondamentali per la costruzione di nuove modalità di pensiero e d’incontro tra i popoli, che mi sembra siano principi pienamente rispecchiati in questo lavoro. «Ci sono tre qualità-pensieri da raggiungere per i popoli: il pensiero del tremore, dell’opacità e della traccia. Il primo pensiero, ci impone di considerare l’altro come soggetto. Ci avverte del fatto che non abbiamo il diritto dell’altro dall’altra parte del confine. Il secondo pensiero ci impone di accettare l’altro senza mettere in discussione le fondamenta del proprio essere; si può lavorare e vivere con l’altro senza capire l’altro. Infine il pensiero della leggerezza, leggerezza che dobbiamo usare per camminare nel mondo, senza lasciare traccia […]».
È importante cercare di fare un riepilogo sommario di tutto ciò che è contenuto nelle centoquarantaquattro pagine della rivista, paragonata da Piero Boitani (anch’egli tra coloro che hanno dato un contributo alla realizzazione del numero della rivista) a un vecchio transatlantico, quelle navi enormi che hanno solcato infinite volte gli oceani tra America e Europa, cariche di migranti, luogo in cui si poteva trovare e fare tutto. Autentico groviglio di genti e lingue diverse. Il numero si apre con un’intervista a John Banville, uno tra i maggiori scrittori irlandesi contemporanei; abbiamo poi la sezione «Il punto» che presenta gli interventi di Giuseppe Marci, Giuliana Adamo, Alberto Schepisi, Piero Boitani, Giuseppe Serpillo; tra i numerosi saggi si segnala il contributo di Máire Nic Mhaoláin «Sulla versione irlandese di La madre di Grazia Deledda» e ancora Pádraig Ó Snodaigh che in «Scrivere in irlandese nel nuovo millennio» fa il punto sullo stato attuale delle pubblicazioni in lingua irlandese; abbiamo poi quattro racconti, tre di autori irlandesi e uno di un’autrice italiana: Dermot Bolger (romanziere e poeta), Rita Kelly (scrittrice in gaelico e in inglese), Michael Cronin (specialista in traduzione, insegna alla Dublin City University), Giuliana Adamo (autrice di le Fiabe di Picéo, da cui è tratto il racconto); comincia poi la parte più ricca di tutta la rivista, quella dedicata alla poesia, in questa sezione si intrecciano continuamente inglese, gaelico, sardo e italiano in un «concerto» di immagini e idee che solo la poesia è in grado di evocare con tanta forza. Riproponiamo tra quelle presentate, uno della più suggestive, «Tuairìse» di Michele Ranchetti:


Verbale / Minutes / Tuairìse* / A boxi (poesia tradotta dal gaelico in italiano, inglese e sardo)


di Michele Ranchetti*
 

«Se mi tieni la mano non potràaccadermi la morte, che io escadal creato vivente e resti fissapietra il mio corpo sino alla sua cenere».
 

"Ifyou hold my handdeath cannot befall me,that I should leave thèliving creation and mybody remain fixed astane till its own dust".
 

"Ma bheireann tu ar làmh orm nitheagmhóidh an bàs liom, isfàgfad rìocht na ndùil is mocholainn im dhiaidh ina clock gon-iompóidh ina dustaféin".
 

"Chi m'apoderas sa manu sa mortino m'at a cuntessi, chi nei 'essade su Creau chi bivit e abarrit perdafissa sa carena mia fintzas a su cinisu suu".
 

Fra me e te c'è qualcuno che guardache ascolta e grida, teme e gioisce,Non sono io né te, ma di me è parteed a me corrisponde, come a te. È fra noi duecolui che colma l'assenza o la nega.


Between me and you there'ssomeone looking listening and
crying out infear and jubilation.
It's not me, noi you, butpart
ofme and matching me, and
you. It's between us thè one who
fills thè absence or denies it.

 
Eadrainne tà neach éigin ag gliùcaìochtis ag éisteacht is ag scairteadh le teann eagla is rìméid.Ni mise è, nà tusa, adi cuid dìom féin,ar gcomhchosùlacht. Eadrainn atà séantèaItonannant-sasnamhnòashéanannè.
 

Intr’ ‘e mesu de mimi e de tui
chi ascurtat e tzérriat, timit e gosat,
no seus ni deu ni tui ma de mimi est parti
i a mimi corrispundit, comente a tui. Est in mesu de nosu
cussu chi prenit s'asséntzia o dda negat.

 

Nella sezione «Ricerche» si segnala l’interessante saggio intitolato «Esilio e straniamento» (una parte della tesi di dottorato), di Ruth Mckee, dedicato a un’analisi comparativa tra la scrittrice sarda Grazia Deledda e la scrittrice irlandese Katharine Tynan. «[…] Attraverso una lettura comparativa dei loro testi è possibile percorrere strade nelle quali la Sardegna e l’Irlanda si mostrano, rivelando concezioni di identità culturali più attraenti di quanto non appaia al primo sguardo. L’esilio è probabilmente il fattore di massima comunione fra le autrici: l’abbandono della casa natale segna l’inizio di una sorta di mitizzazione del paese d’origine». Si veda poi la raccolta di ventiquattro immagini che riproducono opere dell’arte contemporanea irlandese seguita da tre saggi dedicati alla riflessione intorno a questo tema. In chiusura di fascicolo abbiamo la sezione «Terra mala» che propone un articolo del 1852 di Stefano Sampol Gandolfo, scritto in polemica con i piemontesi per la loro decisione di chiudere l’Università di Sassari, che era insieme a quella di Cagliari, uno dei due poli universitari dell’Isola. Con un finale che possiamo definire emblematico, l’autore paragona per condizione politica la Sardegna all’Irlanda. Ancora l’appuntamento fisso di Nae, la rubrica «Random» di Vanni Boni, dedicata questa volta a un’escursione da internauta tra i siti irlandesi che parlano della Sardegna e tra i siti sardi che parlano dell’Irlanda, dove si trova con estrema frequenza una serie di luoghi comuni, che portano Boni a commentare: «[…] Ai due estremi geografici della nostra esplorazione virtuale osserviamo l’insufficienza dell’attuale editoria elettronica nel cogliere e comunicare propriamente il mondo degli Altri, così come una non più adeguata cultura tradizionale dava voce ancora a metà degli anni settanta a un’esasperata autoreferenzialità […]». La parola finale è data al breve e incisivo saggio in limba di Giulio Paulis «Sardigna: sa de tres Irlandas» «Sardegna: la terza Irlanda», proposto oltre che in sardo, in italiano, gaelico e inglese. Paulis ripercorre in poche tappe la genealogia dell’accostamento tra Sardegna e Irlanda con una chiosa finale che sicuramente riflette un dibattito sempre attuale per la Sardegna e per tutto il Sud Italia: «Alla fine la Sardegna è rimasta italiana, senza che sia stato eliminato lo squilibrio rispetto alle regioni più avanzate del Paese; quanto all’Irlanda, dopo le vicende storiche che tutti conosciamo, oggi non è più additata come un tempo per la povertà, ma, al contrario, per uno straordinario sviluppo economico e sociale». Il grande merito che ha questo numero di Nae è sicuramente dato dal fatto di aver saputo porre la questione del rapporto Sardegna-Irlanda in chiave decisamente nuova; non si è fatta un’operazione di riconduzione a sé dell’alterità irlandese, ma si è dato ampio spazio all’altro, si è tradotto e accolto, «cogliendo la parola della relazione» come direbbe Glissant, alle cui parole affido la conclusione di questa recensione: «Dobbiamo intendere i Confini come luoghi di passaggio e trasformazione, abbiamo bisogno di confini e della relazione, ma non per fermarci di fronte ad essi ma per esercitare il libero passaggio verso l’altro, così per evidenziare la meraviglia di essere qui e là contemporaneamente».
 

Maria Senette
 

* Le citazioni di Édouard Glissant, sono tratte da una Lectio Magistralis «Gli arcipelaghi non conoscono frontiere» che lo scrittore martinicano ha tenuto a Roma il 13 maggio 2007, all’interno del «Festival della Filosofia», da me trascritta.
Kúmá 14, dicembre 2007